Referendum

I dati ufficiali ancora non ce lo possono confermare, ma siamo pronti a scommettere che il contributo più rilevante al raggiungimento del quorum referendario è stato dato dai giovani, che dalle università alle sedi delle associazioni hanno fatto campagna in lungo e in largo nel Paese, sentendosi coinvolti dai temi sul tappeto al di là e oltre le appartenenze politiche.

Lo dimostrano le migliaia di eventi organizzati per sostenere i quattro sì, dietro i quali non c’era soltanto la volontà di liberarsi del nucleare, delle leggi ad personam e dell’obbligo dell’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua. Il voto di domenica 12 e lunedì 13 giugno è una richiesta di cambiamento, anzi un segnale di un cambiamento già in corso e che nel Mediterraneo – con condizioni di partenza diverse – ha assunto forme diverse me in qualche misura analoghe a quelle che va assumendo in Italia.

Voglia di tornare a partecipare alla vita pubblica del Paese, dunque, ma anche consapevolezza che la società è più avanti della politica. E poi ci sono i new media e i social network – altro elemento che accomuna la mobilitazione italiana a quella dei paesi del Nord Africa – che a quanto pare hanno contribuito a potenziare e a dar voce a una mobilitazione che non ha certo goduto del favore dei media mainstream.

Michele Sorice, direttore del Centro Studi su Media e Comunicazione dell’Università Luiss di Roma, pur affermando che i social network hanno contribuito al successo dei referendum riconosce che “Facebook e Twitter da soli non avrebbero mai mobilitato così tanti cittadini” tanto più se si considera che “quote consistenti di elettorato restano fuori dal web”.

Allora possiamo concludere che il merito è di quella mobilitazione che vede alla testa le giovani generazioni, capaci di trascinare la politica e le altre forze sociali organizzate. Una mobilitazione che è partita lo scorso autunno – quando sui tetti, per le strade e dentro gli atenei si contrastava la legge di riforma dell’Università, – ma ha saputo proseguire con la proposta dentro gli atenei e tessendo un’alleanza con altre forze sociali oppresse dalla crisi e scontente della miopia dell’attuale classe dirigente.

Ora, “distrutto” il disegno politico che stava dietro i quattro quesiti abrogati, è il momento di riprendere in mano la pars construens. L’auspicio è che questo movimento abbia la maturità di non farsi strumentalizzare e di proseguire l’impegno sul campo valorizzando le modalità di lotta e di proposta scelte finora e rivelatesi vincenti.