recupero motorio post-ictus possibile a distanza di anni

A dispetto di quanto si è creduto finora, il recupero motorio di un arto menomato dagli effetti devastanti prodotti da un ictus al cervello può avvenire con successo non solo entro i primi sei mesi – o, in qualche sporadico caso, un anno – dall’evento, ma anche a distanza di anni. Lo rivela uno studio-pilota dell’Unità Operativa di Neurologia dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, diretta dal professore Vincenzo Di Lazzaro. La notizia accende nuove speranza in chi da tempo si è rassegnato a dover fare i conti con limitazioni motorie conseguenti a questo “colpo” improvviso al sistema cerebrale.

Il recupero motorio post-ictus è possibile ‘riavviando’ il cervello, proprio come fosse un computer: in sostanza, basta spegnere opportunamente le connessioni malfunzionanti e i neuroni della parte colpita risulteranno poi più pronti a ‘riapprendere’ attraverso la riabilitazione. Tutto ciò può avvenire anche a distanza di anni e non necessariamente entro i primi sei mesi. I risultati di tale scoperta sono stati illustrati nel corso della IX Giornata Mondiale contro l’ictus cerebrale e pubblicati sulla rivista scientifica Neuroscience Letters.

A tali risultati si è giunti, prendendo in esame dodici pazienti con danni funzionali da ictus, ma il lavoro ha aperto il campo a una nuova e più ampia sperimentazione, ormai in partenza presso il Campus Bio-Medico, alla quale prenderanno parte questa volta cento soggetti volontari. La loro riabilitazione, a distanza di anni, verrà effettuata combinando sedute di fisioterapia ad altre di stimolazione magnetica cerebrale. Metodica, quest’ultima, per nulla invasiva, con cui si possono produrre modifiche di lunga durata delle connessioni tra neuroni del cervello. Finora è stata utilizzata solo in fase post-ictus per inibire la corteccia cerebrale sana e favorire l’attività di quella menomata, per stimolare almeno in parte il recupero motorio dell’arto colpito.

“I dati sperimentali – spiega Di Lazzaro – ci hanno mostrato che, in questo percorso di recupero funzionale, riabilitazione e stimolazione magnetica ‘viaggiano’ sullo stesso binario, contendendosi lo ‘spazio’ che la parte di cervello colpita concede”. In particolare, con questo tipo di stimolazione si cerca di attenuare l’attività dell’emisfero leso, come se ‘riavviassimo’ “i neuroni malfunzionanti, rendendoli poi – aggiunge il professore – più pronti a rispondere alle terapie fisiatriche. Ciò ha prodotto effetti benefici maggiori e più duraturi nei pazienti”.