Universita_i precari protestano

Precari della ricerca, docenti e studenti stanno lavorando a una Carta di Roma, un documento aperto ai contributi di tutti che sarà realmente redatto il prossimo 31 marzo in occasione degli Stati Generali dell’Università. La Carta è rivolta al ministro dell’istruzione Francesco Profumo e vuole proporre un nuovo modello di università che torni a essere parte viva della società civile e luogo di emancipazione e rinascita culturale.

I percorsi dei precari dell’università si somigliano e si sovrappongono, fino a intrecciarsi e a raccontare quasi la stessa storia. Gregorio è calabrese, ha 32 anni ed è dottore di ricerca senza borsa di studio all’università di Tor Vergata: è costretto a mantenersi con altri lavori esterni. Luciano è siciliano, a 25 anni è laureato in storia e studia per l’esame di dottorato, lavora per una cooperativa e affigge manifesti. Dario invece è romano e ha 34 anni, avrebbe voluto intraprendere la carriera universitaria ma per esigenze economiche ha fatto un concorso ministeriale e ha abbandonato lo studio post-laurea.

Secondo i promotori della Carta di Roma, il susseguirsi di riforme dell’istruzione sbagliate ha sempre più eclissato i ricercatori sotto il peso di contratti di lavoro senza valore e deteriorizzato l’istruzione universitaria stessa, svilita dall’aumento eccessivo del numero degli esami e dalla restrizione del tempo da dedicare allo studio; è come se, sostiene Gregorio, ogni esame fosse un piccolo step ultra specialistico, “impedendo così la formazione di un sapere progettuale, politico, capace di immaginare una società diversa da quella presente e da chi la rappresenta”.

Con la liberalizzazione poi, continua Dario, a partire dalla contaminazione degli atenei con il mondo delle imprese sono stati declassati i saperi umanistici – non ritenuti validi per il progresso economico – ed è aumentato il clientelismo nei concorsi pubblici per i dottorati e gli assegni di ricerca: le università infatti possono scegliere in autonomia i propri dottorandi e ricercatori, sottraendosi al criterio di una valutazione nazionale sulla base del merito e della reale esperienza accademica.

Luciano fa politica nell’ambito universitario già da otto anni e ammette che i movimenti studenteschi hanno fallito le loro battaglie: mancano secondo lui validi interpreti politici e nonostante una indignazione diffusa e profonda non c’è la giusta mobilitazione, “la maggioranza è sopita – dice – principalmente perché viene tenuta sotto scacco dalla precarietà”. Il dibattito sulla riforma universitaria inoltre è troppo ristretto e si svolge in circuiti minoritari, anziché andare di pari passo a una vera e propria riforma sociale.

Intanto un primo segnale di cambiamento viene dalla Flc Cgil che in occasione del rinnovo delle rappresentanze sindacali ha dato la possibilità alle università di candidare i propri precari. Tra i candidati della Sapienza, uno degli atenei che ha raccolto la sfida, Fabio Tufilli, 32enne molisano, lavora come precario per l’ateneo romano da otto anni: prima cocopro, poi cococo e attualmente a tempo determinato. Frammentazione, tagli e concorrenza: la precarietà genera una guerra tra poveri, “quella guerra tra generazioni che qualcuno vorrebbe imporre come via d’uscita dalla crisi – spiega Fabio – oggi vige una legge di darwiniana memoria secondo la quale il più forte ha la meglio sul più debole. E l’individuo dov’è?”

I segnali sono sempre più forti dunque in direzione di una riorganizzazione e di una ristrutturazione radicale. I precari dell’università, italiana ed europea, si preparano a riprendere quello spazio che è stato loro sottratto, sembra sia tornata la voglia infatti di gridare ciò che rende sbagliato il sistema universitario e prima ancora l’intera società.