studenti opera palazzo esposizioni

studenti opera palazzo esposizioni

Otto ore al giorno immersi dentro a sciami di farfalle nere, uccelli dalle ali spiegate, galassie e costellazioni di tratti messi a nudo nero su bianco che si stagliano nello spazio tridimensionale del Palazzo delle Esposizioni di Roma. È l’esperienza fuori dal comune che stanno vivendo gli studenti di Storia dell’Arte Contemporanea della Facoltà di Scienze Umanistiche della Sapienza, a cui da alcuni giorni è stata affidata l’installazione della mostra Remix, dell’artista messicano Carlos Amorales, che sarà aperta al pubblico dal 9 novembre prossimo. Un’idea nata dal professore Claudio Zambianchi, che ha deciso di organizzare uno dei suoi seminari proprio mettendo gli studenti a stretto contatto con il contesto che li appassiona. Abbiamo incontrato uno di loro.

“Questa esperienza è davvero intensa e travolgente” Luca Esposito, studente di Storia dell’Arte alla Sapienza ci racconta così della sua partecipazione all’iniziativa. “Io sono arrivato dopo una settimana dall’inizio dei lavori. La cosa era partita come opportunità riservata agli studenti di specialistica di Storia dell’Arte Contemporanea, ma essendo molto il lavoro da fare hanno cercato anche tra gli studenti di triennale e così sono riuscito ad entrare nel gruppo”. Un gruppo di lavoro che il Palazzo delle Esposizioni di Roma, uno degli spazi espositivi più prestigiosi della capitale, ha voluto chiamare proprio ‘Studenti all’Opera‘ per sottolineare la dimensione fortemente pratica dell’esperienza, tutta mirata alla trasmissione del sapere attraverso i corpi, dimensione che spesso si perde nel contesto universitario.

“Appena ho saputo di cosa si trattava mi è venuto da sorridere – spiega Luca – disegnare i contorni di formine in plastica sui muri per 8 ore al giorno dal lunedì al sabato…mi sembrava una follia”. Poi però, l’atmosfera si è fatta del tutto coinvolgente, come spesso succede in questi casi in cui si collabora alla realizzazione di un progetto comune, gomito a gomito dalla mattina alla sera, e gradualmente prende forma il risultato di uno sforzo appassionato e condiviso.

“Già dal secondo giorno – racconta Luca – ho iniziato a vederla in un altro modo. Man mano che i muri iniziavano a riempirsi di segni, dei miei segni, ho iniziato a sentirmi parte dell’opera, ho capito che quei mezzi che l’artista ci ha dato (le mine, le formine, ecc.) mi rendevano soggetto attivo nel processo creativo e non ‘schiavo’ del progetto”. Una esperienza che ha assunto presto le sembianze di qualcosa di irripetibile. Per questo, ci racconta sempre Luca, i ragazzi hanno iniziato a tenere un vero e proprio ‘diario di installazione‘ sul web che include anche gallerie fotografiche e video, perché – si sa – per l’arte le parole non sono mai abbastanza, ci vuole almeno la visione.

E poi, come capita spesso in occasioni del genere, l’entusiasmo non si ferma al risultato, ma trova terreno fertile soprattutto nelle relazioni interpersonali. “Oltre l’aspetto strettamente artistico, un ruolo molto importante lo hanno avuto i rapporti umani – conclude infatti Luca – disegnare tutto il giorno su una parete a stretto contatto con altre persone, stare in due sul trabattello sospesi a 2-3 metri d’altezza, scambiarsi formine per variare le sagome sulle pareti, ci ha permesso di conoscerci in una maniera particolare ed inconsueta. Alla fine si è creato un bellissimo rapporto e ci siamo ritrovati ad uscire insieme anche dopo l’orario di chiusura del Palazzo. A testimonianza del fatto che l’esperienza ha avuto un impatto notevole sulla vita di tutti”.