I genitori di Marta Russo

Era il 9 maggio 1997 quando un colpo d’arma da fuoco raggiunse alla testa la giovane studentessa della Sapienza Marta Russo, 22 anni, proprio mentre passeggiava nel viale dell’università, nei pressi della facoltà di Giurisprudenza. A quattordici anni di distanza e a quattro anni dall’inizio del processo civile, è arrivata la sentenza che fissa il risarcimento danni a favore dei familiari.

A risponderne sono stati chiamati sia i due condannati per l’omicidio, all’epoca ricercatori, Salvatore Ferraro e Giovanni Scattone, sia l’ateneo per culpa in vigilando. Il tribunale civile, però, non ha riconosciuto la responsabilità dell’Università La Sapienza stabilendo a carico condannati l’obbligo di risarcire un milione e centomila euro alla famiglia Russo.

I genitori di Marta, Aureliana e Donato, devolveranno la somma all’associazione che porta il nome della ragazza, dedita soprattutto alla causa della donazione di organi. Ma ai coniugi Russo non gli va giù che a carico dell’ateneo non sia stata riconosciuta una responsabilità. “Nostra figlia non era per strada quando è stata uccisa” raccontano, sottolineando che la Sapienza in questi anni si è dimenticata della “tragedia” della giovane uccisa all’interno dei suoi spazi.

Il rettore dell’ateneo capitolino, Luigi Frati, ha subito ribadito la sua vicinanza personale alla famiglia di Marta, annunciando che all’associazione che porta il suo nome sarà devoluta la somma di 28mila euro che il Tribunale di Roma ha stabilito come risarcimento per danno all’immagine a favore della Sapienza da parte di Salvatore Ferraro.

Giovanni Scattone, dal canto suo, ribadisce la sua innocenza e l’intenzione di chiedere la revisione del processo non appena emergeranno nuove prove che consentano di riaprire il caso, mentre sul risarcimento commenta che era un pronunciamento atteso, in quanto diretta conseguenza della sentenza penale. Per i genitori della studentessa uccisa “Scattone continua a non volersi prendere le sue responsabilità” nonostante le condanne in sede penale e in sede civile.