numero chiuso in aumento crescono le proteste

Negli atenei italiani i percorsi di studio a numero chiuso sono in netto aumento e crescono le proteste degli studenti contro l’eccessiva presenza di barriere all’ingresso. Leggendo i dati forniti dal Ministero dell’Istruzione si scopre, infatti, che tra corsi ad accesso programmato a livello nazionale e locale, quelli per i quali è necessario sottoporsi al test selettivo sono ormai ben il 55 per cento del totale.

L’aumento dei corsi di laurea a numero chiuso negli atenei italiani – si parla di 1.293 ad accesso limitato contro i 1.705 che non lo prevedono – ha suscitato l’ira degli studenti, che proprio in questi giorni hanno mostrato il proprio dissenso tramite occupazioni e manifestazioni a Roma, Torino e Bari. In particolare, nella Capitale e nel capoluogo piemontese, hanno occupato le aule del Consiglio di Dipartimento di Lingue e Chimica, mentre a Bari sono riusciti a evitare che fosse introdotto il numero chiuso nella facoltà di Scienze politiche. Per i prossimi giorni sono previste altre proteste, a Padova e Pisa, contro le limitazioni d’accesso a Ingegneria.

Il portavoce nazionale di Link – Coordinamento universitario, Alberto Campailla, spiega che è “un vero e proprio allarme quello che vogliamo lanciare circa il consistente aumento di corsi di laurea con barriere all’acceso”. Secondo gli studenti, l’incremento dei corsi a numero chiuso negli atenei italiani è sostanzialmente la conseguenza delle norme attuali. Leggi che “impongono un numero minimo di docenti incardinati in rapporto a quello degli studenti iscritti, il blocco del turn-over e le limitazioni circa il reclutamento di nuovi docenti”, riducendo di fatto la possibilità di accesso dei neodiplomati all’università.

E quando non è il numero chiuso a scoraggiare gli studenti, ci pensano le cifre sempre più alte che i giovani italiani sono costretti a pagare se vogliono proseguire gli studi. Secondo una recente pubblicazione del centro mondiale per la ricerca, la collaborazione e l’innovazione McKinsey, il 39 per cento degli intervistati dichiara di non aver proseguito gli studi a cause delle tasse troppo alte, un numero molto più alto più di quello riscontrato in altri Paesi europei, dove la media di coloro che non hanno continuato a studiare per problemi economici si attesta attorno il 30 per cento.

Le tasse universitarie in Italia sono tra le più care degli otto Paesi presi in considerazione nell’indagine (Svezia, Germania, Francia, Grecia, Spagna, Regno Unito e Portogallo) e anche questo aspetto non manca di scatenare le proteste degli studenti di casa nostra. I più in difficoltà, oltre a quelli nostrani, sono i loro colleghi portoghesi e greci. “Se i governi di questi Paesi vogliono che i loro giovani impegnati e capaci si iscrivano all’università – dice il rapporto redatto dal centro McKinsey – occorre che l’accesso sia economicamente possibile“.