Neet, aumentano i giovani senza lavoro e studio

Dimissioni dopo l’approvazione dei provvedimenti “dettati” dalle istituzioni europee. Il governo Berlusconi ha i giorni contati e le speranze che in questo lasso di tempo che ci separa dal suo ritorno al Quirinale per rimettere il mandato trovi il modo per rispondere al grido d’allarme che arriva dal mondo giovanile e studentesco.

I dati sui cosiddetti Neet, acronimo inglese della definizione “not in education, employment or training”, sono il sigillo di “non garanzia” del futuro per le giovani generazioni del nostro Paese. La Banca d’Italia nel suo Rapporto 2011 sulle economie regionali ha infatti rivisto al ribasso la percentuale di studenti impiegati o impegnati in attività di formazione: nel 2010 gli under 30 senza lavoro e non iscritti a università e simili sono 2,2 milioni, il 23,4 per cento del totale delle ragazze e dei ragazzi sotto i trent’anni.

Solo tre anni fa i Neet erano meno di due milioni e se in questo triennio di crisi sono aumentati coloro i quali cercano lavoro (dal 30,8 per cento del 2008 al 33,8 del 2010), in valore assoluto sono sempre di più i giovani “rassegnati” e messi in condizione di tirarsi fuori decisamente troppo presto dal mercato del lavoro o da esperienze formative.

L’aumento dei Neet si registra in tutto il territorio nazionale e sono le donne a farne maggiormente le spese: la media del 23,4 per cento, infatti, è formata da un 26,4 per cento di ragazze e un 20,5 di ragazzi. E come c’era da aspettarsi il Mezzogiorno da solo conta il 54,5 per cento dei giovani senza studio né lavoro. Semmai ce ne fosse bisogno, in questi dati è racchiusa la conferma che la crisi ha bersagliato soprattutto le fasce sociali più deboli e già in difficoltà, alla faccia delle pari opportunità e degli interventi per lo “sviluppo” del Sud.

Eppure c’è chi torna a parlare di “bamboccioni” o addirittura, come ha fatto Vittorio Feltri nei giorni scorsi di “lazzaroni”. Lavativi, insomma, colpevoli e non vittime. Ne siamo proprio convinti? Come si spiega allora che il 25 per cento di questi “lazzaroni” di adagi per così dire sotto l’ala protettiva di mamma e papà nonostante nel loro nucleo familiare non ci sia nessun componente che lavora? Certo, magari una parte di queste famiglie senza reddito farà affidamento sul lavoro sommerso, ma la stragrande maggioranza non la si trova nei ristoranti, sugli aerei o impegnati in riposanti vacanze durante i ponti festivi (chi lo pensa evidentemente non ha più il contratto con la realtà ed evidentemente non è il caso che governi il Paese).

Come se ne esce? E che legame ha tutto questo con l’attuale momento di crisi politica oltre che economica? Per spiegarlo partiamo da un dato, comunque negativo ma che segnala un margine di manovra: se si estende lo sguardo agli under 35, ricomprendendo nell’analisi chi ha completato un corso di laurea o di specializzazione, il tasso dei Neet cala al 20,5 per cento, a conferma (come già si evince dai dati Almalaurea) che il titolo di istruzione superiore ancora ha un suo peso nella ricerca di lavoro.

Questo dato dice chiaramente dove si deve investire e a quali settori dare priorità: a quelli, come l’istruzione e il diritto allo studio, che purtroppo finora sono stati oggetto di riforme fatte di tagli e “allargamento della forbice” tra i pochi che si possono permettere l’eccellenza del privato e i tanti che ormai non possono nemmeno accedere a un pubblico ormai pericolosamente ridimensionato. Una classe dirigente “responsabile” (dove questo termine si riappropria del significato originale) non può rispondere ai mercati senza dare contestualmente una risposta a questa generazione cui non solo è stato sottratto il futuro, ma ormai anche il presente.