secondo ministro carrozza serve raccordo tra scuola universita e lavoro

È il momento di pensare a riformare scuola e università per creare un miglior dialogo e una maggior continuità tra formazione e mondo del lavoro: a ribadire questa necessità è ancora una volta il ministro Maria Chiara Carrozza. Intervistata da Famiglia Cristiana, il ministro dell’Istruzione ha analizzato il sistema esistente e ne ha messo in rilievo le criticità. Prima tra tutte, la mancanza di porte comunicanti tra scuola superiore, università e imprese, e l’assenza di un orientamento adeguato. A salvarsi, né licei né università – colpevoli rispettivamente di lasciare troppo soli gli studenti in un momento importante e di fare marketing anziché presentare l’intera offerta formativa -, ma soltanto i professori.

E allora, secondo il ministro Carrozza, l’orientamento deve essere ripensato e deve entrare a far parte del lavoro del governo contro la disoccupazione giovanile, che dovrebbe basarsi non solo su nuovi contratti, ma su un più stretto raccordo tra scuola e mondo del lavoro, con tanto di corsi pomeridiani ed esperienze residenziali estive. Il tutto dovrebbe avvenire anche investendo sugli insegnanti, perché fin dalle scuole superiori facciano comprendere agli studenti l’essenza del loro percorso, in cui la scuola è un passaggio che serve a definire se stessi, il proprio futuro e i propri sogni.

A proposito del rapporto tra scuola, università e lavoro, il ministro Carrozza ha rivendicato i primi passi compiuti dal governo: nel decreto sul lavoro appena emanato, ha sottolineato il ministro, la scuola c’è e questo è già un segnale importante. Ma, dopo anni di tagli, ora c’è da pensare a investimenti e risorse non tanto per la scuola pubblica, ma per la Pubblica Istruzione a 360 gradi: “la vera sfida per la rinascita dell’Italia”.

Rinascita che, secondo il ministro Carrozza, potrà avvenire solo se i giovani saranno messi nelle condizioni di riprendere a credere in se stessi e nel proprio futuro, specialmente nella possibilità di mantenere o migliorare, tramite la formazione e il lavoro, lo status sociale dei propri genitori. Perché, ha concluso il ministro, “il Paese rischia perché il figlio dell’operaio non sogna più”.