Milleproroghe approvato in Senato

Un mese fa il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini l’aveva promesso: i correttivi alla riforma dell’Università auspicati dal Quirinale sarebbero stati inseriti nel Milleproroghe. Il decreto approvato in Senato rischia però di gettare sul lastrico oltre la metà degli atenei italiani, come spiega bene Elisabetta Pacelli su Italia Oggi. Tra quelle più esposte troviamo l’Università di Urbino Carlo Bo, Bari e Cassino, ma trema anche Tor Vergata a Roma.

Il testo di legge contiene infatti gli stanziamenti del fondo di finanziamento ordinario per l’Università (Ffo), ma senza i consueti “sconti”. Risultato? Le assunzioni potrebbero risultare bloccate per 36 università italiane, vanificando così in buona parte la possibilità di assumere 1.500 ricercatori nella fascia di professori “associati”. E dietro l’angolo c’è anche il rischio commissariamento.

Nella lista nera delle università “sprecone”, e che per questo non possono assumere nel corso dell’anno successivo, finiscono infatti ogni anno gli atenei che investono in spese del personale più del 90 per cento dell’Ffo, di regola ammorbidito da alcuni correttivi di calcolo normalmente inseriti proprio nel Milleproroghe, che quest’anno però non li rinnova. Niente più sconti dunque sul personale docente assunto in convenzione con enti esterni, né per il personale convenzionato con il Sistema sanitario nazionale. Ed ecco che sul totale di 66 università pubbliche in Italia, 36 rischiano il tracollo.

Maglia nera nella “top ten” è l’Università Carlo Bo di Urbino, che sfonda non già il tetto del 90 ma quello del 100 per cento, così come le Università di Siena, dell’Aquila e quella di Cassino. Seguono a stretto giro – attestandosi intorno al 99 per cento – gli atenei di Bari, del Molise e Roma Tor Vergata. Tremano anche Sassari, Modena e Reggio Emilia, l’Università della Basilicata, la Mediterranea di Reggio Calabria e l’Orientale di Napoli.

Nella migliore delle ipotesi le università “cattive” rischiano il blocco delle assunzioni, in quella peggiore il commissariamento. Questo comporterebbe da un lato l’impossibilità per molti atenei di bandire una parte dei 1.500 posti di “professore associato” ai tantissimi ricercatori nel “limbo”, dall’altro impedirebbe assunzioni di personale ex novo, spopolando alcuni ambiti scientifici lasciati scoperti dai pensionamenti degli ultimi anni.