Andrea Lenzi

Una sollecitazione, quasi una provocazione, un’indagine di gradimento fatta dal Governo Monti, uno strumento per “aprire il dibattito sul fatto che non tutto ciò che è considerato uguale lo è veramente”. Così Andrea Lenzi, presidente del Cun, il Consiglio universitario nazionale, definisce la consultazione online relativa all’abolizione del valore legale della laurea conclusasi il 24 aprile. “Non si può abolire qualcosa che non c’è – spiega Lenzi a Universita.it -: nessuna legge italiana, infatti, fornisce una definizione di valore legale del titolo di studio. Non si tratta dunque di un istituto giuridico che trae la sua disciplina da una specifica norma, ma dal complesso di disposizioni che collegano gli effetti del conseguimento di un certo titolo scolastico o accademico”.

Quindi il valore legale non esiste?
Il valore legale non è un atto burocratico, ma svolge funzione di garanzia in quanto lo Stato assicura la qualità dei contenuti dei percorsi formativi, garantisce gli standard qualitativi dei docenti e la disponibilità di idonei strumenti e strutture didattiche, sotto il controllo e la responsabilità del Ministero.

Secondo lei il governo ha sbagliato ad avviare la consultazione e in generale a riflettere sul tema?
No, è il momento giusto per passare dal valore legale al valore reale. Mi spiego: per avvicinare valore legale e valore sostanziale del titolo di studio, il Cun ha ripetutamente richiamato l’attenzione dei ministri sull’evidente impossibilità di continuare a garantire la qualità della formazione superiore con generici processi autorizzativi, fondati su indicatori quantitativi stabiliti a priori, come sono ad esempio i requisiti minimi/necessari. La necessità ora è quella di garantire la qualità dei singoli corsi di studio entrando nel merito dei risultati ottenuti da ciascuno di essi e per questi motivi ha segnalato l’urgenza di cambiare radicalmente impostazione, avviando un processo di rigorosa valutazione e accreditamento dei singoli corsi di studio, con modalità conformi a consolidati modelli europei di “Assicurazione della Qualità”.

Secondo lei l’iniziativa del governo avrà questo risultato?
Ormai l’Anvur è quasi pronto per garantire, insieme al Cun ed altri organi, una valutazione puntuale e oggettiva delle facoltà e degli atenei. Con l’istituzione dell’Anvur, viene resa più incisiva l’azione secondo la quale lo Stato esercita la funzione di vigilanza e controllo sulla qualità dei corsi proposti dalle università e mantiene il diritto di disporne persino la chiusura nel caso in cui essi non rispettino determinati standard. E per alcune corsi i controlli esistono già da tempo.

Per quali?
Per l’area sanitaria: la Conferenza dei presidenti dei corsi di laurea magistrale in Medicina, che coordino, visita le sedi dei corsi e svolge progress test di valutazione dell’apprendimento per garantire l’uniformità in tutto il Paese; è qualcosa che facciamo autonomamente per darci una codice di qualità, ma è un ottimo modello che verrà adottato e imitato.

Quali saranno le variabili che l’Anvur dovrà valutare?
Le strutture, la quantità dei docenti, le caratteristiche dell’ateneo, mentre il Cun tutti gli anni controlla gli ordinamenti dei corsi. Occorrerà anche una verifica dei risultati conseguiti dai corsi di studio, della loro rispondenza agli obiettivi prefissati, della soddisfazione degli studenti e della risposta del mondo del lavoro.

Quindi il fine ultimo è uniformare verso l’alto il livello del sistema accademico italiano. Non sembra facile…
Non è difficile. Il concetto è di portare tutti i corsi a livello d’eccellenza anche riducendo i corsi che, per numero d’iscritti, sbocchi professionali e qualità, non sono in grado di sopravvivere. Situazione già iniziata da diversi anni: basti pensare che dal 2009 è stato ridotto spontaneamente quasi il 20 per cento dei corsi.