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Meglio la laurea o una formazione tecnico-professionale? Fare lavori manuali o puntare su ruoli più “intellettuali”? Intorno a queste domande ruota il dibattito di questi giorni (ma in realtà bisognerebbe dire di questi anni di crisi globale), scatenato dalle dichiarazioni del ministro dell’Economia Giulio Tremonti in occasione dell’incontro del Fondo monetario italiano.

“In Italia ci sono 4 milioni di immigrati, tra cui moltissimi giovani che lavorano da mattina a sera e anche di notte” ha osservato Tremonti, sottolineando come certi dati la dicano lunga sulle cause della disoccupazione giovanile. L’Italia, ha aggiunto il ministro, “è un Paese che offre lavoro a certe condizioni a certe persone, evidentemente non c’è domanda per questi tipi di lavoro da parte di altri. Bisogna piuttosto chiedersi che lavoro fanno gli immigrati”.

Alla diffusione dei dati sull’occupazione degli immigrati sono poi seguite le analisi del Censis sul lavoro manuale nel nostro Paese, che sembra non conoscere crisi. L’istituto di ricerche sottolinea soprattutto la variazione dei dati nel confronto 2005-2010.

Rispetto a soli cinque anni prima, emerge infatti un forte “effetto sostituzione“, con il crollo del numero di lavoratori italiani occupati in lavori manuali (-847mila), e un aumento di quello dei lavoratori stranieri (+718mila, con una crescita dell’84,5%). Inoltre tra i lavoratori manuali diminuisce la presenza di giovani under 35, che passano dal 34,3% al 27,6%, mentre cresce quella degli over 45 di 6 punti percentuali.

Le reazioni alla “lettura” dei dati forniti dal ministro dell’Economia hanno invece sottolineato ben altri elementi per guardare al fenomeno nella sua complessità. Esercitare una analisi semplicistica, come anche sottolineato in alcuni dichiarazioni di Ignazio Marino e da molti studenti universitari, significa non prendere in considerazione altri dati importanti, tra cui i bassi salari di cui l’Italia vanta un noto primato soprattutto per i lavori meno qualificati, e l’incidenza della spesa pubblica per l’innovazione sul Pil, ferma da 10 anni secondo i dati dell’Ocse.