Classifiche atenei

Innescano meccanismi virtuosi di competizione oppure alterano la scala delle priorità di un ateneo stravolgendo la missione didattica? Nel suo libro sulle classifiche internazionali relative alle università Ellen Hazelkorn, direttore di ricerca all’Institute of technology di Dublino, in Irlanda, propende decisamente per la seconda opzione.

Il volume, in distribuzione da pochi giorni e intitolato “Rankings and the reshaping of higher education: the battle for world-class excellence, punta il dito contro i ranking, colpevoli – spiega l’autrice e ricercatrice universitaria – di dirottare gli investimenti su attività non prioritarie a fronte di un risultato, il posizionamento ai vertici di una classifica, che pure quando viene raggiunto non produce benefici duraturi per l’ateneo e soprattutto per il sistema.

Ellen Hazelkorn è a capo di un’unità di ricerca dedicata proprio alle politiche di istruzione e da dieci anni è consulente dell’Ocse sulla gestione della ricerca. I suoi forti dubbi circa il valore dei sistemi internazionali di classificazione nascono da un’osservazione che va avanti dal 2006. “Quell’anno – spiega oggi – mi fu chiaro che i sistemi di ranking cominciavano ad avere un impatto sulle decisioni istituzionali delle università”

Così ha organizzato un’indagine in collaborazione con l’Associazione internazionale delle università, ricavandone un quadro che in gran parte confermava le sue impressioni. Oltre il 70 per cento dei rettori interpellati, ad esempio, vorrebbe che la propria università facesse parte delle prime dieci classificate e tutti dichiarano di essere insoddisfatti del proprio posizionamento in classifica.

Se dunque è vero che i ranking cambiano le università, si può affermare con altrettanta certezza che misurano i fattori giusti e quindi contribuiscono a modificare le performance più utili per un ateneo e il sistema dell’istruzione in generale? Se la concorrenza messa in campo dalle università riguardasse fattori secondari o addirittura controproducenti sarebbe un bel guaio, dal momento che queste modellano la politica educativa e l’allocazione delle risorse finanziarie in funzione di una performance migliore nei sistemi di classificazione.

“Utilizzare un approccio semplicistico a questioni complesse porta inevitabilmente a distorsioni” spiega Ellen Hazelkorn, che fa presente come in realtà non possano esistere classifiche “oggettive”. Senza considerare a quali storture si può arrivare quando ad esempio un Paese decide di “scalare” una delle classifiche proposte a livello internazionale, magari con il solo obiettivo di utilizzare a fini elettorali la performance di uno o due atenei.

Questo perché in un certo senso non è difficile “acquistare” la scalata di un ranking: basta che si decida di stanziare una grossa fetta dei fondi destinati all’università per finanziare soltanto uno o due di queste. Il miglioramento sarà molto più probabile e “veloce”, ma a quale costo? E in che condizioni si ridurranno gli altri atenei a cui i fondi non sono stati invece riconosciuti? Per non parlare delle peripezie dei genitori che devono scegliere il college più “in” per i loro figli.

E poi c’è la valutazione dell’utilità effettiva di un tale investimento. “Dove sono le prove che la spesa per uno o due istituzioni vi aiuterà a progredire?” chiede la ricercatrice irlandese, spiegando che, al contrario, i dati dimostrano che il finanziamento di molteplici realtà dedite alla ricerca è decisamente più remunerativo in termini di risultati ottenuti.

Questo è anche l’approccio diffuso ad esempio in Norvegia e in Australia, dove si incoraggiano gli istituti a specializzarsi in vari settori e ovunque decidano di iscriversi gli studenti ricevono una formazione di alto livello internazionale.

Non c’è nulla da salvare nei ranking allora? “Non c’è dubbio che la classifica ha costretto tutti noi a guardare la concorrenza a livello internazionale” spiega Hazelkorn, e comunque gli studenti che non si fermano all’apparenza possono utilizzarle per un confronto e per fare la scelta più adatta alle loro aspirazioni.