donne iran

Sono ben 77 i corsi di laurea vietati alle donne. Ѐ la decisione presa, secondo quanto riportato dal sito web statunitense Daily Beast, da parte di 36 università iraniane. La discriminazione nei confronti del sesso femminile ha sempre caratterizzato questo Paese medio-orientale, ma negli ultimi anni si era assistito a un incremento delle studentesse, che avevano anche superato i colleghi maschi in termini di risultati. Adesso il passo indietro, denunciato alle Nazioni Unite da Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace nel 2003.

Diversi i corsi di laurea che dal prossimo anno accademico saranno vietati alle donne che vivono in Iran: da Letteratura inglese a Traduzione inglese, da Gestione alberghiera ad Archeologia. Saranno preclusi alle studentesse anche Fisica nucleare, Informatica, Elettronica, Ingegneria industriale ed Economia e Commercio. Alcuni atenei, tra cui l’Oil Industry University, hanno perfino deciso d’impedire totalmente l’accesso al sesso femminile. L’Università di Isfahan, invece, giustificherebbe l’esclusione delle studentesse da Ingegneria mineraria, solo perché il 98 per cento di loro dopo gli studi non troverebbe un’occupazione.

“Si tratta – scrive la Ebadi in una lettera indirizzata al segretario generale dell’Onu, Ban-Ki Moon, e all’alto commissario per i diritti umani, Navi Pillay – di un improvviso cambio di rotta nella politica della Repubblica Islamica. Le donne devono tornare nelle case e non viene più tollerata la loro presenza attiva nella società civile”. Vietando loro parecchi corsi di laurea, le autorità iraniane, a detta del premio Nobel, intendono abbassare dal 65 al 50 per cento la percentuale delle studentesse che hanno intrapreso la carriera universitaria.

La politica adottata dalle università dell’Iran ha suscitato non poche polemiche nell’arco parlamentare, che ha deciso di chiedere le motivazioni per cui sono stati vietati alcuni corsi di laurea alle donne iraniane direttamente al ministro dell’Istruzione, Kamran Daneshjoo. Il ministro ha cercato di aggirare le critiche, dichiarando che il 90 per cento dei percorsi formativi offerti dagli atenei sono accessibili a entrambi i sessi e che quelli indirizzati solo agli uomini, in realtà, sono nati per equilibrare la situazione.