Ivano Dionigi, rettore Alma Mater Bologna

“L’università pubblica deve mantenere la sua funzione sociale e civile. E soprattutto dev’essere per tutti”. Così il rettore dell’Università di Bologna, Ivano Dionigi, commenta quelli che definisce i quattro pilastri del bilancio di previsione 2012: “Merito, ricerca, responsabilità sociale e internazionalizzazione”. In attesa del via libera definitivo da parte degli organi preposti dell’ateneo, il prossimo 13 dicembre, Universita.it ha analizzato con il rettore Dionigi le linee guida del documento in riferimento alla situazione generale del Paese e soprattutto alle aspettative di studenti e ricercatori rispetto alla politica e al sistema accademico e della ricerca.

Rettore Dionigi, con l’ombra della recessione alle porte come fa l’Università di Bologna a presentare un bilancio così ambizioso?
Non è un caso, il nostro è un messaggio rasserenante per chi è già all’università e per chi ci deve entrare, per i giovani. Un bilancio che tutela tutti i docenti e i tecnici-amministrativi chiamati ad operare in un faticoso e complesso periodo di ristrutturazione dell’Ateneo. Un bilancio dai molti segni più, in un Paese che vede quasi dappertutto dei segni meno.

Il fondo di finanziamento ordinario assegna a Bologna circa 362,2 milioni. Risorse ancora in calo…
A questa cifra, per fortuna, c’è da aggiungere uno stanziamento ulteriore della legge di stabilità che porta il contributo statale a 378,9 milioni. Poi ci sono i risparmi frutto della riorganizzazione della macchina amministrativa pari a circa 4 milioni. Insomma, con un intenso lavoro di limatura siamo in grado di operare tagli meno pesanti sulle voci che prevedevamo di ridimensionare e di investire maggiormente sui servizi agli studenti, la stabilizzazione dei ricercatori, il personale, la ricerca…

Aumentate le borse di studio per gli studenti?
Premiamo i meritevoli e chi versa in condizioni di disagio. In più puntiamo sull’apprendimento della lingua, con fondi ad hoc per gli studenti e il personale, per un grande progetto di certificazione della lingua inglese cofinanziato dal Miur con 500 mila l’anno.

A proposito, state investendo anche per attrarre giovani da altro Paesi?

Quasi 1 milione servirà a coprire circa 200 borse di studio per attrarre all’Alma Mater studenti “eccellenti” dall’estero. In più 200 mila euro circa consentiranno di offrire corsi di italiano per studenti stranieri nell’ambito dei programmi Marco Polo ed Erasmus.

Anche per la ricerca siete riusciti a non operare tagli.
Non solo, con 3,3 milioni finanziamo con certezza il prossimo ciclo di dottorato, con un altro milione di euro sosteniamo i progetti di ricerca e un altro milione premiamo i docenti meritevoli. Per i nuovi ricercatori assunti poi ci saranno 270 mila euro che gli consentiranno di avere fondi a disposizione per il primo anno di lavoro.

Nuove assunzioni di questi tempi?
Vede, molti atenei stanno ricorrendo ai pensionamenti per ripianare il bilancio: vanno via i capiscuola, i maestri. E non assumere nuove leve è un messaggio devastante, la fine della ragion d’essere dell’università. Per noi è un obbligo morale anche per un’altra ragione: non possiamo permetterci, specie di questi tempi, di investire tanto per formare i migliori e poi non riuscire a trattenerli nel nostro Paese. Così regaliamo un’eccellenza “finanziata” anche con i soldi dei contribuenti ai Paesi stranieri. A questo proposito abbiamo stanziato 7 milioni per garantire il massimo del turnover consentito dalla legge, cioè il 50% dei punti organico che si sono resi disponibili nel 2011.

Non solo perdiamo i cervelli, ma anche i soldi serviti a formarli…
Uno studente, dal biberon al dottorato, costa 200 mila euro al sistema Paese. Poi il mio ateneo organizza una cerimonia di consegna di borse da 2.500 euro destinate ai migliori e solo la metà degli aventi diritto è presente alla cerimonia. L’altra metà è già all’estero, perché ha una formazione che gli consente di vincere dottorati in giro per il mondo senza troppe difficoltà. Perché, diciamolo, i nostri laureati sono tra i migliori.

Rettore, pensa che gli altri atenei avranno lo stesso margine di manovra dell’Alma Mater nel 2012?
Quella di Bologna, come riconoscono anche le classifiche internazionali, è un’università riconosciuta di alta qualità nonostante i tagli reiterati. Chi parte già con maggiori difficoltà in un momento come questo rischia di più, è ovvio.

In generale non le pare che negli ultimi anni i giovani siano stati messi ai margini nelle scelte della politica?
Non lo dico io ma i dati: abbiamo meno laureati e meno giovani rispetto ad altri Paesi con cui il nostro sistema si può confrontare. Ora abbiamo il compito di rilanciare la funzione sociale e civile dell’istruzione, che nella nostra visione non è per una élite ma per tutti.

Cosa si aspetta da questa nuova fase politica?
Che si lavori per un sistema universitario dove non ci siano né privilegiati né pierini. Abbiamo bisogno di politica e non ragioneria spicciola. O si lavora in questa direzione oppure tanto vale passare al mutismo del monaco: mi limiterei a fare del mio meglio per la realtà in cui opero. Ma quello di un’università che funzioni non è il problema di un singolo rettore, è una questione di agenda politica del Paese. Il futuro dei giovani è intimamente legato con il destino dell’università e in ultima analisi del Paese. Che cos’è che ti fa crescere? Tecnologia, scienza, formazione…

Innovazione, una parola chiave che non può prescindere dalla valorizzazione dei giovani.
In questo momento storico piange il cuore accogliere le matricole all’inizio dell’anno accademico: chiedono certezze, valori. Vengono i brividi a vedere questa bella gioventù che “si aspetta” e che “ha diritto”: il presente deve essere il loro non il futuro. Non bisogna tradirli.