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Sono piuttosto impietosi e lasciano poco spazio a dubbi o perplessità i dati dell’analisi comparata dell’Osservatorio della European University Association (EUA) sulle risorse dedicate all’università da parte degli Stati UE. I numeri parlano piuttosto chiaro: nel quadriennio 2008-2012 in Paesi come Germania, Francia e Norvegia gli investimenti negli atenei e nella ricerca sono aumentati fino a punte del 21 per cento. E in Italia? Diminuiscono, toccando il meno 14 per cento, per un totale di appena 109 euro a cittadino. Stando ai dati dell’indagine dell’Osservatorio EUA, l’Italia perde nel confronto con molti dei Paesi europei, persino con la Gran Bretagna, da sempre considerata nell’immaginario collettivo come la patria delle università private, che però ci supera in termini di investimenti pubblici.

Da noi il taglio delle risorse si è accompagnato alla diminuzione del numero di ricercatori e docenti e, se nelle dieci università risultate le migliori al mondo secondo la classifica del Times Higher Education il rapporto medio studenti/docenti è di 1 a 7, in Italia si attesta sull’1 a 30, con ripercussioni negative sulle possibilità di interazione tra gli iscritti ai corsi e gli insegnanti che li tengono e dunque sulla qualità dell’insegnamento.

Andando a guardare nel dettaglio i dati economici emersi dall’indagine dell’Osservatorio EUA viene fuori che, anche lasciando da parte casi eclatanti – come quello della Svezia, che nel 2012 ha investito in università ben 730 euro a cittadino – il nostro Paese è ben lontano dai partner europei: la Germania, per esempio, ha investito nell’università 24.900 milioni di euro, l’equivalente di 304 euro per cittadino; la Francia 19.800 milioni di euro, ovvero 303 euro a testa, mentre l’Italia appena 6.633 milioni di euro, ovvero 109 euro a cittadino. E, come se non bastasse, dal 2008 c’è stato un calo degli investimenti del 14 per cento, al netto dell’inflazione.

Eppure, per dare un po’ di ossigeno al sistema basterebbe poco. Il tanto discusso ripristino dei 300 milioni di euro mancanti dal Fondo di finanziamento ordinario, per il quale si sta battendo il ministro Carrozza, significherebbe passare da questi 109 a 114 euro per cittadino – solo 5 euro in più a testa, insomma. Che rimarrebbe sempre il dato più basso di tutta l’Unione Europea, ma permetterebbe di arrestare la frana che sta colpendo la nostra università e la nostra ricerca.