guerra yemen

Mentre Francia e Gran Bretagna siedono a tavoli di lavoro per ragionare su “una soluzione politica e diplomatica” e l’alleanza discute a Bruxelles il passaggio alla Nato della guida delle operazioni militari, prosegue la guerra in Libia tra i bombardamenti da parte del regime e l’avanzata degli insorti.

Incursioni iniziate lo scorso 17 febbraio da parte dei ribelli e “coperte” oggi, in forma più o meno diretta, dai raid della coalizione internazionale. “I ribelli non ce l’avrebbero fatta da soli”, questa una tra le interpretazioni che danno gli inviati sul posto sulla presa di Ajdabiya, parlando di una battaglia combattuta per buona parte da gente comune, organizzata con i pochi mezzi disponibili contro il regime. Ad essere coinvolti nella “crociata” contro il rais sono infatti anche studenti, proiettati dall’oggi al domani dai libri alle armi.

Gli stessi studenti che nel pieno del black out comunicativo hanno diffuso come potevano attraverso gruppi sui più noti social network la situazione nel Paese, per raccogliere adesioni, organizzare proteste e manifestazioni. Lo stesso ruolo fondamentale di “avanguardia” lo stanno giocando i giovani yemeniti, riuniti insieme alla popolazione per chiedere le dimissioni del presidente Ali Abdullah Saleh.

Dopo episodi di guerriglia e uccisione della popolazione indifesa in protesta di fronte l’università di Sanaa, il leader ha detto di essere pronto a cedere il potere, ma solo “se in mani sicure”, dichiarandolo di fronte a centinai di suoi fedeli, l’altra faccia di una medaglia che vede uniti migliaia di manifestanti che continuano a far sentire la propria voce nell’ateneo della città.

Una battaglia per la libertà che non si ferma ai confini nazionali degli stati nordafricani e mediorientali, ma prosegue nei paesi limitrofi contagiando le popolazioni nella lotta per la giustizia. Sono scesi in piazza in migliaia anche in Siria, a Deraa, per i funerali delle 5 vittime degli scontri di questa settimana, richiamando l’attenzione dell’esercito intervenuto per placare e sopprimere le richieste della popolazione che da giorni grida per la liberazione di alcuni studenti.

La comunità universitaria si fa interprete e guida di queste dolorose transizioni anche in Giordania, dove nella capitale Amman si contano oltre 100 feriti tra l’opposizione riformista, guidata dagli studenti, e i fedelissimi di re Abdallah. Scontri che hanno visto l’intervento della polizia in assetto antisommossa con gli idranti e che hanno portato all’arresto di alcuni studenti.