Il ministro Gelmini a 'Che tempo che fa'

I privati nell’università? “Non c’è nulla di male, si favorisce un arricchimento reciproco degli uni sugli altri”. La manifestazione di sabato scorso a sostegno della scuola pubblica? “Scendono in piazza e poi mandano i figli alla scuola paritaria”. Pochi docenti di sostegno per i bambini con difficoltà? “Colpa dei furbi che fingono di essere malati”.

Non sono conversazioni “rubate” questa mattina davanti al bancone del bar, ma le opinioni espresse ieri dal ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca nel corso della trasmissione “Che tempo che fa” su Raitre. Pur considerando l’attenuante dei tempi televisivi, non è tanto la serie di slogan inanellati dal ministro Gelmini a lasciare interdetti, quanto il messaggio di fondo che ha restituito durante l’intera conversazione con Fabio Fazio.

Mariastella Gelmini ha spiegato ai telespettatori che scuola, università e ricerca non hanno subito tagli, ma solo una razionalizzazione delle spese e la lotta agli sprechi. Ci ha fatto sapere che gli insegnanti sono troppi e per questo mal pagati (ha detto “proletarizzati“, come se fosse scontato che i proletari debbano vivere ai margini della soglia di povertà). E che anche i bidelli non scherzano: sono più dei carabinieri, quasi 200 mila, ma nonostante ciò si spendono 600 milioni per le imprese di pulizia e le scuole restano sporche. Ora, che di sprechi e inefficienze sia piastrellato il passato recente e remoto dell’istruzione italiana non è una novità. Ma da un ministro ci si attende un’analisi meno superficiale e qualunquista. E soprattutto risposte, non lamentele.

Immancabile poi la citazione dei corsi universitari inutili, come quello sulla cura di cane e gatto e quello sull’asino dell’Amiata. Il ministro Gelmini ha rivendicato il merito di non aver aumentato le rette come è avvenuto nel Regno Unito, sfoggiando – ma non è una novità – un atteggiamento di netto favore per l’intervento dei privati (“Non ho pregiudizi in merito”, ha risposto al conduttore che le chiedeva se non fosse giusto far entrare i privati solo quando il pubblico è forte e autonomo).

Gelmini ha infatti citato l’esperienza dell’Imt di Lucca, dove nel pomeriggio aveva inaugurato l’anno accademico, come un esempio di “contributo del territorio (leggi “finanziatori privati”, ndr) alla nascita di un polo di eccellenza”. Proprio a Lucca il ministro ha parlato di un “salto di qualità per la nostra università” prodotto dalle politiche di questo governo, “che punta a far sì che la laurea non sia carta straccia”, e di una restituzione di senso alla parola merito. Se non fosse la titolare del dicastero dedicato penseremmo che ha parlato senza avere il polso della situazione.

L’impressione che arriva dal mondo dell’istruzione, almeno per ora, è molto diversa. Chi vive nell’università e nella scuola tutti i giorni sa quali sono le condizioni economiche e strutturali. La precarietà è tale che l’apporto dei privati rischia di essere a breve l’unica ancora di salvezza, anche se ci sarà poi da capire a quale prezzo. Chi non conosceva la situazione dall’interno si sarà fatto un’idea guardando la trasmissione “Presa diretta”, andata in onda subito dopo sulla stessa rete, che ha dato ampio spazio ai mille problemi dell’università italiana e ai rischi che corre chi ci studia, chi ci lavora e tutto il Paese se non si inverte davvero la rotta. Ma a quanto pare il ministro Gelmini vede tutt’altri programmi.