mariastella gelmini

mariastella gelmini

Continua la ‘caccia al tesoro’ per le risorse all’università, il ministro Tremonti lo ha promesso e Mariastella Gelmini si fida. La firmataria del ddl di riforma del sistema universitario lo ha dichiarato a Repubblica ieri e ripetuto oggi a Belpietro in diretta telefonica su Mattino5. Dopo che il Tesoro ha bloccato la riforma dell’Università per la insufficiente copertura economica, insomma, anche il Ministero appoggia la previsione dei soldi entro fine anno. La ministra dell’Istruzione si augura di veder approvata definitivamente la riforma entro i prossimi due mesi.

“È compito del Governo trovare le risorse per il corretto funzionamento dell’università – ha spiegato Gelmini – ma io mi fido di Tremonti che ha assicurato che i fondi saranno reperiti nel Milleproroghe”.

Sulle proteste degli ultimi giorni che hanno visto scendere in piazza migliaia di universitari tra ricercatori, studenti e docenti l’8 ottobre e il 16 ottobre contro la riforma dei tagli alla conoscenza, Mariastella Gelmini non cambia posizione e ancora una volta definisce la mobilitazione come la voglia di non guardare avanti e di non concedere il giusto spazio al cambiamento dell’università italiana, vale a dire: eliminazione di corsi e facoltà inutili, atenei decentrati, dipartimenti. Quella che nell’attuale riforma in discussione va sotto il nome di “razionalizzazione dell’offerta”.

“Dispiace constatare che molti giovani ancora non abbiano capito che non è difendendo la quantità dei professori che difendono il loro futuro” dice la ministra dell’Università e della Ricerca, che pure ammette che la riforma “qualche difficoltà” di finanziamento ce l’ha avuta.

Ma il vero problema delle università italiane, ha spiegato Gelmini, è la qualità e “sbaglia chi pensa che questo sia solo un problema di risorse: è in primo luogo un problema di regole”. Ma la ministra non si ferma a questa affermazione. Se gli atenei italiani non riescono ad essere in cima alle classifiche internazionali, infatti, per Mariastella Gelmini non è colpa degli scarsi finanziamenti ma dalla cultura diffusa nel ‘68 che “ha portato le nostre università agli ultimi posti nelle classifiche internazionali”.