mariastella Gelmini

La crisi economica si abbatte anche sulle vite degli studenti, che restano di più a casa e sono meno propensi a studiare fuori sede. Per fortuna, a quanto pare, non ne risente il livello di preparazione, da momento che i giovani neolaureati del 2010 mostrano di aver maturato più competenze – anche tecnologiche e linguistiche – dei loro colleghi di sette anni fa.

A soffermarsi sul ruolo della formazione universitaria in un momento di crisi economica globale è stata Mariastella Gelmini nel corso dell’ottavo simposio internazionale dei docenti universitari, che si è svolto nei giorni scorsi presso la Pontificia università Lateranense.

Il ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca ha sottolineato come per il progresso del Paese e per garantire un futuro ai suoi giovani ci sia bisogno di “una definita idea di università libera da pregiudizi ideologici”. Basta dunque con la “mentalità contabile” con cui si guarda alla ricerca di risorse e ai cavilli giuridici, altrimenti “non sarà possibile costruire una società moderna e partecipata e dare impulso al tema della formazione”.

Alla presenza del patriarca di Venezia, cardinale Angelo scola, del sindaco di Roma Gianni Alemanno, e del rettore della Lateranense monsignor Enrico Dal Covlo, il ministro Gelmini ha riconosciuto che garantire una formazione adeguata ai giovani diventa ancora più difficili in un’epoca di crisi economica ma al tempo spesso ha ribadito che l’università deve ritrovare la sdua centralità nel sistema-Paese partendo. Per fare questo – ha aggiunto – “oggi sono necessarie le grandi specializzazioni”, che “tuttavia non devono essere esaustive quanto piuttosto saper dialogare e saper confrontarsi con gli altri”.

Mariastella Gelmini ha poi concluso difendendo la bontà e l’efficacia della riforma messa al punto dal suo dicastero, la tanto contestata legge 240 del 2010, che a suo dire “segna una svolta rispetto al passato” e un’occasione per il mondo accademico italiano “mettersi al passo con la modernità”. In questo quadro, per il ministro dell’Università, è fondamentale che gli atenei non smettano di fare da “ascensore sociale”. Altrimenti tradirebbero le aspettative delle giovani generazioni e avrebbero fallito “sia sul piano umano che su quello sociale”.