Laurea in Scienze della comunicazione

Mariastella Gelmini ha definito Scienze della comunicazione una facoltà inutile, e dato che a esprimere l’opinione è il ministro dell’Università c’era da attendersi che le reazioni sarebbero state tante e “arrabbiate”.

Una delle prime è stata quella del preside della facoltà di Scienze della comunicazione di Macerata Barbara Pojaghi che in una lettera ai suoi studenti accusa la “ministra” in primis di non conoscere la differenza tra Scienza delle comunicazioni e Scienze della comunicazione: “Noi sì – scrive nella lettera – forse perché le amenità che studiate in una università pubblica vi permettono di capire, di sviluppare un pensiero critico, di non mandare il cervello all’ammasso”.

La preside dell’ateneo marchigiano prosegue affermando di poter fornire dati verificabili che smentiscono la Gelmini, come i risultati dell’indagine Almalaurea sugli sbocchi professionali per i laureati in Scienze della comunicazione “che vanno in tutt’altra direzione rispetto alle ripetute affermazioni del ministro”, dice. Poi invita i suoi studenti a continuare a studiare con impegno, a rispettare la propria intelligenza e le proprie vocazioni e termina lo scritto dichiarando di essere orgogliosa di insegnare in quella facoltà.

Ma le reazioni non vengono solamente dai “piani alti” del mondo accademico. A tanti studenti l’opinione della ministra non è andata giù e addirittura Simona Melani, venticinquenne laureata in Scienze della comunicazione e specializzanda in Pubblicità, chiede allo Stato un risarcimento. Secondo la ragazza aver permesso a tanti studenti di frequentare una facoltà inutile a detta delle stesse istituzioni o è truffa o è circonvenzione d’incapace. In entrambi i casi, un reato.

Un corso di laurea autorizzato dallo stesso ministero e dallo stesso ritenuto “studio di amenità”: una vera beffa subita ad opera dello Stato, insomma. L’eventuale rimborso delle spese sostenute e dei danni subiti, secondo un calcolo a spanne, ammonterebbe a circa 20.000 euro tra tasse universitarie (all’Università degli studi di Palermo), cinque anni di affitto, danno biologico (a causa di lunghi periodi a studiare di notte e lavorare di giorno per mantenersi) e danno morale.

La studentessa si impegna a reinvestire l’eventuale risarcimento in una laurea in Giurisprudenza, giudicata utile dal ministro Gelmini. La Melani “punzecchia” anche l’intero governo Berlusconi e lo stesso premier, che si è sempre servito di comunicatori ed esperti d’immagine per aumentare il fatturato delle sua aziende (del settore comunicazione, appunto) e per supportare la sua discesa in campo a livello politico.

L’uscita del ministro Gelmini ha suscitato poi le reazioni negative di alcuni enti non universitari che hanno a che fare con la comunicazione. La Ferpi (Federazione relazioni pubbliche italiana) ha pubblicato sul suo sito un articolo che si appella ai dati Almalaurea (i laureati del 2004 in Scienze della comunicazione, a cinque anni dalla laurea, lavorano nell’87% dei casi, mentre la media nazionale è dell’82%) accusando il ministro di argomentare una tesi attraverso stereotipi.

Insomma, se la laurea in Scienze della comunicazione era stata autorizzata dallo stesso ministero perché ora sembra offrire un titolo completamente inutile a detta della titolare dello stesso dicastero? E se statistiche da sempre ritenute attendibili smentiscono la tesi del ministro perché dai “piani alti” non giungono scuse o rettifiche? In attesa di una risposta del ministro c’è da aspettarsi che le polemiche non si placheranno facilmente.