Mariastella Gelmini

Gli atenei italiani si stanno affannando, non senza polemiche al loro interno, ad approvare gli statuti entro il primo termine previsto dalla legge 240/2010, fissato al 29 luglio. E circa i due terzi dovrebbero farcela a non usufruire della proroga di tre mesi prevista dalla stessa legge di riforma dell’università. A quanto pare però per le nostre università non sarà sufficiente aver approvato la nuova “carta costituzionale”, perché il successivo vaglio del ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca sarà molto severo e potrebbe restituire al mittente i provvedimenti licenziati dagli atenei.

La conferma è giunta dallo stesso ministro dell’Università, Mariastella Gelmini, che durante un campus di formazione dei giovani del Pdl, a Viareggio, è intervenuta a spiegare l’iter attuativo della sua riforma e soprattutto ha lanciato un monito agli atenei usando parole molto dure. “Non faremo sconti a nessuno” ha detto Gelmini per ribadire che il suo dicastero non approverà quegli statuti che non siano “più che trasparenti e coerenti con la riforma universitaria”.

Il ministro ha anche chiesto agli studenti presenti di fare da “sentinelle” rispetto alle sue richieste, inviate in una missiva ai rettori italiani, di garantire un’adeguata rappresentanza studentesca all’interno delle commissioni statuto e di comunicarle eventuali casi in cui tale richiesta non sia stata rispettata.

Nel corso del suo interventi il ministro ha anche chiarito le sue intenzioni in merito alle annunciate assunzioni nel mondo della scuola, spiegando di non avere soltanto intenzione di riassorbire le attese in graduatoria, ma di voler riservare una metà dei posti disponibili a giovani aspiranti insegnanti che pur non essendo in graduatoria siano particolarmente meritevoli.

“Dobbiamo assorbire il precariato ma non possiamo penalizzare una generazione” ha detto Gelmini, garantendo che i nuovi ingressi saranno programmati in modo da non ingrossare ulteriormente le fila dei precari. “Questa – ha concluso – sarebbe una responsabilità morale che non mi voglio assumere».