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Il termine, “fuoricorsismo“, è un neologismo coniato per indicare la tendenza a laurearsi molto oltre la durata legale del corso universitario scelto: fenomeno, questo, ampiamente diffuso in Italia. Basti pensare che è ben il 40 per cento degli studenti iscritti nei nostri atenei a raggiungere il fatidico traguardo con qualche anno di ritardo. A sottolinearlo è un articolo pubblicato da quattro docenti universitari suLavoce.info, che avvertono: non date tutta la colpa agli studenti, le ragioni sono varie. E complesse.

Stando ai dati forniti dal ministero dell’Istruzione, il numero di studenti fuoricorso è costantemente cresciuto nel periodo compreso tra il 1969 e il 2009. Un dato difficile da digerire, per un Paese che ha da sempre rappresentato la culla della cultura e del sapere. Solo con l’introduzione della riforma del “3+2″, avvenuta nel corso del 2001, la quota di giovani fuoricorso si è ridotta notevolmente, facendo scendere l’asticella dal 76,2 per cento registrato nel 2002 al 56,3 del 2009.

Il dato, però, non è del tutto veritiero. Come sottolineano gli autori dell’articolo, la diminuzione della percentuale ha infatti risentito dei passaggi avvenuti dal vecchio al nuovo ordinamento, che hanno permesso di ridurre notevolmente il tempo necessario per arrivare alla laurea. L’abbassamento più rapido della percentuale di laureati “ritardatari” si è registrato nel biennio 2002-2004, per poi mantenersi via via costante.

Tra le cause della lentezza dei giovani nell’affrontare il percorso di studio non c’è soltanto la svogliatezza. A detta dei docenti, tra cui tre dell’Università del Piemonte Orientale, Giorgia Casalone, Eliana Baici e Carmen Aina, il sistema di regole di accesso alle università italiane sembra pesare parecchio sui ritardi che si accumulano nel corso degli anni. I ragazzi, infatti, accedono ai corsi nella maggior parte dei casi senza alcuna preselezione, né sufficiente orientamento: più iscritti uguale aule sovra-affollate, elemento che spesso scoraggia la frequenza delle lezioni e rende difficile, se non impossibile, l’interazione tra studente e docenti.

Altro fattore fortemente influente, secondo quanto si evince dall’articolo, a cui ha contribuito anche Francesco Pastore, professore di Economia politica a Napoli, è la politica attuale di ridurre le tasse per gli studenti iscritti oltre il periodo minimo previsto. Ripensare al sistema delle tasse basato sulla presenza di incentivi per chi rispetta i tempi potrebbe essere, al contrario, uno stimolo a studiare meglio e più in fretta.

I problemi legati al mondo del lavoro e alle scarse opportunità che, al momento, offre ai neolaureati non sono da meno. Non avere sbocchi professionali alla fine degli anni accademici spinge molti giovani a non concludere nemmeno il ciclo di studi intrapreso o, comunque, a rallentare di molto i ritmi universitari. In questo senso, sono le attività di job placement e di diffusione di stage e tirocini presso aziende a dover essere incrementate e consolidate. Le risorse già presenti, e l’impiego di nuove tecnologie, come nel caso degli uffici placement romani, non sembrano essere ancora sufficienti.