Fuga dei cervelli

Ci sono quelli che dall’Italia vanno all’estero e quelli che lasciano il Mezzogiorno per gli atenei del Centro e del Nord, il “brain drain” domestico. La fuga dei cervelli – studenti, ricercatori e poi “lavoratori” – è un fenomeno da non sottovalutare, soprattutto in territori ancora arretrati e messi più in difficoltà dalla crisi. Quelli che non rientrano sono attorno al 70 per cento. Un’emorragia da arrestare, tanto più se si pensa che in altri Paesi il numero di coloro che scelgono l’esperienza di studio o di ricerca all’estero è controbilanciato da quanti “arrivano” per fare un’esperienza analoga, mentre sono davvero pochi i cervelli “esteri” che scelgono di “fuggire” in Italia.

C’è poi un altro elemento che caratterizza l’emigrazione intellettuale del Belpaese, sia quella verso l’estero sia quella lungo la direttrice Sud-Nord: l’impressione è che si tratti di una “cacciata” piuttosto che di una fuga. A guardare i dati sui flussi (in Italia quelli dello Svimez) si trova la conferma che certi territori espellono molti dei loro cervelli migliori, quelli che non hanno il papà da cui ereditare uno studio professionale o che non vogliono ereditarlo, quelli che non si piegano alle logiche mafiose e clientelari (non soltanto nel Meridione) o che non hanno voglia di legare la loro esistenza a un’esperienza di “resistenza” su territori di frontiera, sia dal punto di vista della qualità della vita sia da punto di vista delle opportunità economiche e lavorative.

Questo travaso di cervelli va a tutto vantaggio dei territori che sono in grado di attrarli. Più capacità a disposizione (e per chi fa anche questi calcoli più a buon mercato) significa maggiori opportunità per chi è in grado di valorizzarle. Ed è così che la forbice tra Italia e altri Paesi, tra Nord e Sud, ricchi e poveri, “modernizzati” e “arretrati” si allarga.
Nonostante le difficoltà, i tagli e alcune storiche “incrostazioni” l’università italiana riesce (almeno per come ha funzionato finora) a produrre livelli elevati di preparazione accademica, ricerca scientifica e innovazione. Ma a capitalizzare i benefici di tutto ciò rischiano di essere altri Paesi e soltanto alcune aree del nostro.

Ben vengano dunque alcuni tentativi, promossi da atenei ed enti locali, di “riprendersi” i cervelli facendo tesoro delle esperienze che questi hanno maturato “fuori”. Un’iniziativa in questa direzione è stata avviata qualche anno fa dalla Regione Puglia, che offre un contributo economico agli studenti che scelgono di fare esperienze altrove chiedendo in cambio un impegno morale e di massima a riportare nella regione d’origine la propria esperienza di studio e professionale.

Il Parlamento ha approvato di recente una legge in materia, ma soprattutto atenei e istituti di ricerca si sono avviati su questa strada. L’Airc, ad esempio, finanzia progetti di ricerca quinquennali, per 150 mila euro annui, destinati a scienziati under 35 che operano all’estero. L’ultima a usufruirne è Rosa Visone, specializzata appunto nella ricerca sul cancro e passata dalla Ohio State University allo studio delle leucemie linfatiche presso il Centro di Scienze dell’invecchiamento di Chieti.

L’Accademia dei Lincei assegna 100 mila euro fino a tre anni a due “menti di ritorno” per progetti di ricerca nei campi più svariati, mentre la Luiss Guido Carli favorisce il contatto tra studenti italiani “emigranti” e imprenditori delle terre di origine. Piccoli segnali di un’inversione di tendenza ancora di là da venire.