Protesta docenti

Con il Decreto semplificazioni approvato dal Consiglio dei ministri tornano le docenze universitarie gratuite e la Flc Cgil non ci sta; per il sindacato si tratta infatti di un passo indietro, celato dal velo della liberalizzazione, rispetto alla qualità dell’insegnamento e ai diritti di ricercatori e docenti precari.

L’articolo 23 sui contratti per “esperti di alta qualificazione” permette di nuovo alle università, come era già stabilito dalla riforma Gelmini, di stipulare contratti di insegnamento a “titolo gratuito o oneroso di importo coerente con i parametri stabiliti”; vale a dire, per la Flc, ricorrere in modo sistematico alle docenze non retribuite o sottopagate per evitare il blocco, o comunque lo scadimento, dell’offerta formativa di atenei privi di finanziamenti: in questo modo i corsi di laurea, con pochi docenti di ruolo e con retribuzioni simboliche che arrivano alla ridicola cifra di 1 euro, non rischiano di perdere il numero di iscritti necessario per rimanere attivi.

Formalmente il nuovo testo sulle “Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e sviluppo” prevede gli stessi contratti della riforma Gelmini, della durata di un anno con possibile rinnovo fino a cinque anni e rivolti a esperti con un importante curriculum scientifico o professionale. Il nuovo decreto rimuove però alcuni vincoli, per i quali il sindacato e le associazioni dei ricercatori si sono fortemente battuti, che arginavano l’abuso delle docenze gratuite, a partire dall’assegnarle solo a docenti e ricercatori già in ruolo, o anche a persone esterne al mondo accademico purché avessero un lavoro, autonomo o dipendente, con un reddito annuale garantito; inoltre nella precedente formulazione i dottori di ricerca potevano accettare la docenza esclusivamente con una retribuzione minima di 25 euro lorde per ogni ora, dunque non gratuita. L’altro vincolo cancellato riguarda il trattamento economico che veniva stabilito a priori ed era uguale per tutti gli atenei.

La Flc è convinta che con la liberalizzazione incondizionata si lascia all’università la libertà, divenuta quasi necessità, di deprezzare o non ritenere degno di valore economico il lavoro dei suoi ricercatori che in quelle stesse università si sono formati e che, citando il sindacato, “sono pronti e qualificati ad assumere incarichi didattici, ma non più disposti a lavorare gratis”. La via si apre a “nuove leve di esperti a costo zero, di certo altamente qualificati, ma nuovamente fragili, senza diritti e senza opportunità”.