giovani neet

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Le parole non finiscono mai, e se finiscono si cambia lingua. Da qualche giorno accanto all’esercito dei “bamboccioni” è comparsa una nuova categoria di giovani anomali: i “neet“, acronimo che sta per “not in employment, education or training”.

Secondo l’ultimo Rapporto Istat sulla situazione del Paese, questa categoria in Italia rappresenta più del 20 per cento dei giovani con età compresa tra i 15 e i 29 anni. Si tratta di ragazzi che non studiano, non lavorano, e non cercano lavoro. O almeno, che non lo fanno attraverso i circuiti istituzionali di formazione-lavoro. Chi sono?

Sono più ragazzi che ragazze, la maggior parte dei quali ha un diploma o una laurea. Sono i nuovi “invisibili”, poco più di due milioni nel 2009, una cifra più consistente che in altri paesi Ue, dove – stando ai dati Ocse – nel 2007 i “neet” costituivano il 14,6 per cento dei giovani con età compresa tra i 20 e i 24 anni e il 17,2 dei giovani con età compresa tra i 25 e i 29 anni (contro il 22,6 e il 25,6 rispettivamente in Italia).

Il motivo, spiega l’Istat, è da ricondurre principalmente al fatto che l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro è più facile negli altri Paesi europei, ma anche al fatto che in Italia la disoccupazione non è l’unico cruccio delle nuove generazioni. Anzi, molti di loro più che essere disoccupati, risultano inattivi: il lavoro non lo cercano.

Ma cosa significa? È una questione di terminologia. Per risultare “disoccupati” – e di conseguenza essere contati come tali in rapporti come quello dell’Istat, ad esempio – è necessario cercare “attivamente” un lavoro, vale a dire essere registrati ad un centro per l’impiego, e usufruire dei tradizionali servizi che garantiscono l’incontro tra domanda e offerta di lavoro (agenzie per il lavoro, informagiovani, ecc.).

Molti giovani, invece, risultano “inattivi” perché cercano lavoro “non attivamente”. Quindi non sono iscritti a un centro per l’impiego, non sono in contatto con agenzie per il lavoro, e così via. La maggior parte di questi, molto probabilmente, lavora in nero, o con contratti “atipici” con durata breve e compensi minimi. Se a questo aggiungiamo le migliaia di studenti alle prese con lo scandalo degli stage, la cifra sale assai al di sopra dei due milioni di “invisibili”.

Insomma, per dirla in altre parole, a volte le categorie utilizzate dalle indagini non rendono giustizia alla situazione reale, soprattutto se poi i media non fanno che strumentalizzare etichette. Quello che emerge dagli ultimi rapporti diffusi è un quadro critico per le nuove generazioni: se più del 20 per cento dei giovani tra i 15 e i 29 anni sono fuori dai circuiti di formazione-lavoro (i “neet”), più del 30 per cento di quelli con età compresa tra i 30 e i 34 anni vivono ancora a casa con i genitori (i “bamboccioni”).

Detta così sembrerebbe che i giovani in Italia hanno perso la voglia di fare, di sognare, di credere. Più onestamente, bisognerebbe riconoscere che la crisi in corso non è soltanto economica, ma anche e soprattutto culturale e politica.

Che il peso della crisi economica si sia abbattuto soprattutto sui giovani – anche e soprattutto quelli con alti titoli di studio – l’hanno detto in tanti ormai: l’ultimo è stato il governatore della Banca d’Italia, Draghi, ma a fare scalpore è stato anche il più recente Rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati.

Resta il fatto che i vecchi modelli non sono più adeguati per descrivere la realtà che i giovani si trovano oggi a vivere. Oltre a resistere alla crisi o a scappare all’estero, i giovani fanno un sacco di altre cose. Tra l’occupazione e la disoccupazione, tra la dipendenza dalla famiglia d’origine e l’autonomia di destinazione, c’è una gamma così ampia di sfumature nei percorsi di vita, che ricondurle tutte allo stato di “anomalia” significherebbe rifiutare di capire cos’è diventato il Paese reale.

Claudia Bruno