ricercatrice italiana scopre dna a quadrupla elica

Sessanta anni fa si scoprì che il Dna è composto da un doppio filamento, ora si è mostrato che il “codice della vita” può essere anche a quadrupla elica. A rivelarlo presso l’Università di Cambridge è stata una ricercatrice italiana, Giulia Biffi, che per la prima volta ha isolato questa struttura – finora dimostrata solo in provetta – nelle cellule umane. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Nature Chemistry, potrebbe essere fondamentale per mettere a punto nuove terapie per la cura del cancro.

Già nel 2009, un altro studio aveva mostrato l’esistenza della struttura a quattro filamenti. Ora la ricercatrice italiana è riuscita a “catturarli”, grazie all’utilizzo di speciali anticorpi fosforescenti disegnati apposta per riuscire ad agganciarli. Strutture di Dna a quadrupla elica – dette G-quadruplex o G-tetradi – tendono a crearsi nelle sequenze particolarmente ricche di guanina (G), uno dei “mattoni” che costituiscono gli acidi nucleici. Inoltre, questo particolare assetto del patrimonio genetico sarebbe assai presente durante il processo di replicazione del Dna, cioè quando la cellula sta per dividersi e moltiplicarsi.

“Ѐ un momento eccitante, perché – spiega Carlo Alberto Rodi, biologo dello sviluppo presso l’Università di Pavia – queste conformazioni potrebbero essere coinvolte nelle caratteristiche più importanti della cellula, dalla sua attività alla staminalità, alla formazione di neoplasie”. Oltretutto, il Dna a quadrupla elica scoperto dalla ricercatrice italiana avrebbe una forte correlazione con tutta quella serie di eventi che portano alla comparsa del cancro. Anche se ancora non accertato, infatti, le cellule tumorali sembrano contenere più strutture quadruple rispetto a quelle normali, poiché quelle malate si moltiplicano molto più velocemente.

Se fosse davvero così, in futuro si potrebbe sperare di fermare il processo di proliferazione del cancro, bloccando la struttura a quadrupla elica con molecole sintetiche e fermando il processo di replicazione delle cellule. Studi precedenti hanno dimostrato che un gene iperattivo, con livelli elevati di patrimonio genetico a quattro fili, è anche più vulnerabile a interferenze esterne. “C’è ancora molto da scoprire. Ma per quanto ci riguarda – dice Shankar Balasubramanian, che ha coordinato lo studio di Cambridge – quanto scoperto supporta in modo solido l’opportunità di percorrere una nuova strada“.