conseguenze riforma fornero mercato del lavoro

A nove mesi dall’entrata in vigore della riforma Fornero la condizione lavorativa dei giovani precari risulta peggiorata. Nonostante l’intento nobile del ministro del Welfare fosse quello di instaurare rapporti di lavoro più stabili, le aspettative sembrano ampiamente disattese.

Finora infatti solo una piccola percentuale dei precari ha ottenuto un contratto più stabile, la maggior parte di loro invece è stata declassata a una condizione di lavoro peggiore o ha addirittura perso il posto. Anche il ministro uscente Fornero ha ammesso che i risultati del suo lavoro non sono quelli sperati, ma si difende rivendicando la mancanza di fondi evidentemente necessari a supportare la riforma affinché questa potesse avere i giusti risultati.

Le novità della riforma che hanno interessato i giovani precari più delle altre fasce di lavoratori prevedono, per i contratti a tempo determinato, un contributo aggiuntivo dell’1,4 per cento per finanziare i nuovi ammortizzatori sociali – rendendoli così contratti più costosi per i datori di lavoro. L’apprendistato invece aumenta la sua durata minima consentita e non può più essere inferiore ai sei mesi, obbligando i datori ad assumere almeno la metà degli apprendisti avuti negli ultimi 36 mesi – condizione necessaria per assumerne di nuovi. I contratti di co.co.pro poi vedono aumentare i contributi previdenziali e richiedono la definizione precisa del progetto e del risultato finale. Anche la tipologia dei lavori occasionali infine risulta appesantita da complicazioni burocratiche che regolano l’uso dei voucher.

Purtroppo a guardare i risultati, i buoni propositi del ministro Fornero di assicurare più stabilità e diritti a tutti i lavoratori si sono subito arenati. L’irrigidimento dei contratti di lavoro che “peccavano” di eccessiva flessibilità – permettendo l’inserimento dei giovani sul mercato del lavoro anche se in condizioni di forte precarietà – ha portato all’interruzione di numerosissimi rapporti di lavoro, la maggior parte delle assunzioni è stata formalizzata con contratti a termine e solo in percentuale esigua con contratti a tempo indeterminato. È netto il crollo delle collaborazioni ed è praticamente nullo l’uso della forma di apprendistato – su cui la riforma puntava in misura maggiore rispetto alle altre tipologie di contratto.

Da parte sua il ministro del Welfare difende la sua “creatura” definendola una buona riforma e assegnandole voto 7: “La rifarei nello stesso modo – ha spiegato – però mi sono mancati sei miliardi di euro per poter ridurre i costi dei contratti in questa fase recessiva. Il mio collega francese ne ha avuti dieci, beato lui”.

Intanto le stime della Banca d’Italia per i prossimi mesi non rassicurano: si prevede infatti una flessione ulteriore della domanda da parte del mercato del lavoro. Un’indagine commissionata da Unioncamere e ministero del Lavoro inoltre mostra chiaramente le difficoltà dei datori di lavoro a gestire i nuovi contratti: nei primi tre mesi del 2013 infatti le imprese hanno previsto di rinunciare a ben 80.200 posizioni. Insomma, i tempi per chi cerca lavoro sembrano più bui di prima.