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Smaterializzazione, digitalizzazione di archivi, posta elettronica certificata, suonano come “amenità” varie se tirate in ballo nella vicenda dei concorsi da professore universitario che dovrebbero partire il prossimo autunno. La questione riguarda in particolare la gestione, se digitale o cartacea, delle procedure selettive.

Si stima che saranno ben più di 25mila i partecipanti tra ricercatori, professori associati e studiosi che mirano a rientrare nelle liste degli abilitati da cui le università attingeranno per convocare associati e professori ordinari per tutti i corsi. Tutto questo, se gestito in modalità “tradizionale”, con tonnellate di carta, si tradurrebbe in una spesa per lo Stato di 8 milioni di euro, un aggravio stimato dallo stesso ministero dell’Università.

Ogni partecipante è tenuto infatti a spedire alla commissione almeno 12 pubblicazioni, dall’articolo di una rivista a un libro di centinaia di pagine, in una sola copia, che il ministero dovrà duplicare ben 5 volte, spedendone una copia anche all’estero visto che un membro dovrà essere straniero.

A contrastare la proposta del Ministero di procedere attraverso email e invio di pdf allegati è però il Consiglio di Stato, che alle sollecitazioni del Miur ha risposto che “I risparmi di spesa non sembrano così rilevanti a fronte della complicazione che si introduce, pretendendo l’invio delle pubblicazioni esclusivamente per via informatica”.

Una preoccupazione probabilmente dovuta alle spese aggiuntive che deriverebbero da una non ottimale gestione e lettura delle email, pur trattandosi di una scelta, ancora non definitiva, che contraddice quanto espresso da Governo, dall’Europa ma soprattutto quanto offerto dalla società e dalle tecnologie per la gestione informatica e online di flussi documentali.