Precari

I precari della scuola e dell’università uniti per vedersi riconoscere un’occupazione e tempo indeterminato e alcune spettanze del periodo di precariato. Lo strumento scelto è quello della class action da proporre al giudice amministrativo, l’azione collettiva mutuata dal sistema giuridico statunitense che consente di promuovere un’azione unica a un gruppo di soggetti con interessi omogenei.

A tirare le fila dell’operazione è il Codacons, l’associazione dei consumatori che ha di recente attenuto una vittoria con un’azione analoga contro il fenomeno delle classi in soprannumero e che chiede con insistenza l’abolizione del numero chiuso negli atenei.

La class action dei precari ha messo assieme 32.000 lavoratori della scuola e 1.400 docenti universitari a contratto, spinti a perseguire la via giudiziaria dall’esigenza di vedersi riconosciuti ferie non retribuite, contributi mancanti e scatti mai corrisposti. Ma soprattutto dal desiderio di una stabilizzazione, dal momento che la normativa europea è chiara sul punto che dopo tre contratti a termine bisogna instaurare obbligatoriamente un contratto a tempo indeterminato.

Il primo passo è stato quello di inviare una raccomandata al ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca per comunicare l’intenzione di voler contestare l’interruzione del rapporto di lavoro. Un modo, per i circa 40.000 che quest’anno si sono trovati senza lavoro o con l’ennesimo contratto a termine, per evitare che finissero in prescrizione tutte le loro pretese. Il passo successivo può essere la vertenza individuale o quella collettiva, che ha il vantaggio di “fare massa critica” e di porre la questione politica oltre a quella giuridica.

Le due vie non sono alternative, ma possono essere praticate separatamente. L’aspettativa non è quella di una pronuncia che obblighi scuole e università pubbliche ad assumere a tempo indeterminato i precari, né il Tar può condannare al pagamento dei danni. L’aspettativa però è un’altra: che il giudice amministrativo ordini al ministero di predisporre un aggiustamento del meccanismo attuale, determinando così non un risultato giuridicamente vincolante o economicamente utile ai ricorrenti, ma una pronuncia che, se emanata in relazione a un’azione collettiva, assume un valore politico di rilievo.