sapere caricato nel cervello

Il nostro cervello funziona come un hard disk, classificando, organizzando e archiviando tutto ciò che vedono i nostri occhi con un sistema di “cartelle” e “sottocartelle”. La scoperta è di un gruppo di ricercatori dell’Università di Berkeley che, grazie una accurata risonanza magnetica funzionale, sono riusciti a realizzare una mappa dettagliata dell’attività della corteccia cerebrale. Nello specifico, i ricercatori hanno rappresentato come quest’ultima abbia messo in relazione 1.705 oggetti e azioni diversi e li abbia organizzati nelle due macro categorie “facce” e “animali”

Già alcuni mesi fa Florian Mormann, dell’Università di Bonn, aveva dimostrato con uno studio pubblicato su Nature Neuroscience che ogni volta che vediamo un animale nel nostro cervello si risveglia l’amigdala, quella struttura evolutivamente antichissima nella quale nascono la paura e tutte le nostre altre emozioni.

Gli scienziati americani, con la loro ricerca intitolata A continuos semantic space describes the rapresentation of thousands of object and action categories across the human brain (trad. Uno spazio semantico continuo descrive la rappresentazione di migliaia di categorie di oggetti e azioni attraverso il cervello umano), sono riusciti a immortalare esattamente l’area che si accende in quel preciso istante, identificando così l’hard disk presente nel nostro cervello, che ci consente di pensare e sistematizzare le informazioni assorbite.

Gli studiosi hanno mostrato due ore di video ai partecipanti all’esperimento, monitorando tramite una risonanza magnetica come il loro flusso sanguigno arrivava alle diverse aree del cervello e costruendone così una mappa semantica. In questo modo hanno scoperto che guardando una porta e un edificio si attivano aree cerebrali affini, così come succedeva guardando una barca o un’automobile. Alla luce dei risultati dell’esperimento, si è potuto concludere che i neuroni funzionano come dei filtri che, come in un hard disk, categorizzano e ordinano in diverse cartelle tutte le informazioni captate dai nostri occhi.

La scoperta di questa specie di hard disk cerebrale potrebbe avere numerosi sviluppi scientifici. “Si tratta di un passo fondamentale verso la costruzione dell’immaginario interiore – ha spiegato Jack Gallant, uno degli autori dello studio – poiché stiamo letteralmente aprendo una finestra sui film della nostra mente”. In futuro si potrebbe addirittura arrivare a registrare ciò che stiamo sognando per poi riprodurlo sullo schermo di un computer o aiutare a far comunicare i pazienti in coma o affetti da sindrome del chiavistello (una paralisi dei muscoli volontari che impedisce di esprimersi e di compiere qualunque movimento), traducendo in parole i segnali elettrici emessi dal cervello.