Fuga dei cervelli irreversibile

“Il capitale umano impegnato nella ricerca in Italia, se va via non ritorna e se resta attende tempi migliori”, fotografa così il panorama del lavoro scientifico in Italia Benedetto Torrisi, ricercatore in Statistica economica e responsaibile della “Academic brain drain: due facce della stessa medaglia”. È un quadro davvero poco confortante quello che emerge dal sondaggio, presentato nei giorni scorsi al convegno all’Università di Catania: la fuga infatti risulta irreversibile per 7 cervelli italiani su 10.

La ricerca ha coinvolto un campione di 995 studiosi italiani emigrati all’estero che lavorano in ambito scientifico, di età compresa fra i 25 e i 40 anni: tra loro, il 73 per cento afferma di non avere alcuna intenzione di ritornare in Italia. Il 27 per cento valuta la possibilità di rientrare nel Belpaese, ma solo a determinate condizioni: ricongiunzione della carriera acquisita all’estero, maggiori redditi, migliore gestione delle risorse per la ricerca, maggiori rapporti tra università e impresa.

Non solo, secondo il 90 per cento dei ricercatori italiani emigrati all’estero l’accesso ai finanziamenti per la ricerca in Italia si basa su criteri “non meritocratici”. Quasi tutti (95,7 per cento) hanno lasciato la Penisola per seguire opportunità professionali, mentre  i fattori che determinano la maggiore attrattività lavorativa delle università e degli enti di ricerca stranieri sono da individuare in una organizzazione del lavoro più efficacie, nella maggiore efficienza dei luoghi di lavoro, nelle politiche a supporto della ricerca dei Paesi ospitanti e nelle prospettive di carriera.

Certo, esiste anche l’altra faccia della medaglia, ovvero tutti quei ricercatori, non necessariamente meno eccellenti, che in Italia ci restano. Ma i dati del sondaggio condotto su un campione di 3.575 soggetti impegnati in attività di ricerca in Italia non rincuorano. La tentazione di fuggire c’è ed è maggiormente forte tra gli studiosi più giovani: il 40 per cento dei ricercatori di età compresa tra i 25 e i 30 anni è propenso a emigrare. Quelli più maturi sono trattenuti dai legami familiari e sociali, ma l’83 per cento se ne andrebbe idealmente per vedere maggiormente valorizzate le proprie competenze, il 42 per cento per sfuggire alla burocrazia italiana. Tra gli studiosi attivi in Italia, solo il 14 per cento ritiene di vivere in un ambiente lavorativo con una alta percezione del benessere organizzativo, a fronte del 90 per centro registrato all’estero.