Cervelli in fuga, intervista al prof. Torrisi

Chi parte e chi resta. A fornirci l’ultima istantanea dal fronte della fuga dei cervelli è stata qualche settimana fa la ricerca “Academic brain drain: due facce della stessa medaglia”, promossa dalla quinta circoscrizione del Distretto 108 Yb Sicilia dell’International Association of Lions Clubs. Il 73 per cento di chi lavora fuori non intende rientrare, chi rimane in Italia si adatta ad un sistema “perfettibile”, ma perché la fuga non è bilanciata dall’ingresso di ricercatori stranieri in Italia? Quali sono gli elementi utili per una possibile inversione di tendenza? L’abbiamo chiesto a chi di questa ricerca, e delle motivazioni concrete di chi fugge di chi resta, si è occupato in prima persona: il professor Benedetto Torrisi, ricercatore in Statistica economica all’Università di Catania.

Professore, fuga dei cervelli: chi scappa e chi resta. La ricerca da lei coordinata ha il merito di guardare le due facce di questa medaglia. In che modo sono legate?
Si tratta della stessa fascia di lavoratori dediti alla ricerca scientifica e all’attività accademica: un gruppo emigra e non torna, un altro rimane e si adatta. La visione scientifica del brain drain fa riferimento, nella sua concezione classica, all’emigrazione dei giovani laureati o di capitale umano qualificato e non si spinge oltre. Aggiungere alla ricerca aspetti che analizzano micro dati, cioè che esprimono i pareri dei diretti interessati, rappresenta un grande passo in avanti. Abbiamo iniziato nel 2009 con il progetto Ira “Italian researchers abroad”, sui ricercatori italiani all’estero, per conoscere e valutare le “motivazioni alla migrazione”, la “soddisfazione lavorativa e del benessere organizzativo” e la “propensione al rientro”, al quale si contrappone l’altra faccia della medaglia nel 2010 con Iri “Italian researchers in Italy”, sulla stima del brain drain italiano qualificato potenziale.

Cervelli in “fuga” o cervelli in “movimento”? In un sistema “sano” la globalizzazione della ricerca dovrebbe essere un dato normale. Perché invece emigrazione e immigrazione scientifica non si compensano sulla bilancia accademica italiana?
Un sistema dedito alla produttività e alle esternalità della ricerca, in un contesto globalizzato, dovrebbe generare l’effetto positivo della migrazione accademica, supportato da fattori determinanti per la produttività scientifica: fondi per la ricerca, adeguati livelli di salario, meritocrazia nella valorizzazione della proprie competenze e nell’accesso ai fondi per la ricerca, strutture e attrezzature adeguate. Questo risultato non può essere generalizzato a tutto il contesto italiano, in alcuni casi caratterizzato da sacche di produttività scientifica di eccellenza perfettamente integrate e dedite all’interscambio di giovani ricercatori. Ciò che risulta grave è che l’Italia non attira ricercatori dall’estero, pertanto la bilancia migratoria non rappresenta in alcun modo l’attrattività della ricerca italiana, proprio per la mancanza dei fattori sopra citati.

A suo giudizio la riforma Gelmini, che promette di rendere più efficiente il sistema, potrà arginare questa fuga o attirare cervelli stranieri?
L’obiettivo delle nostre ricerche non è entrato nel merito della riforma, proprio per non cadere nell’errore di far politica con la ricerca. Il nostro scopo è quello di individuare elementi utili per le scelte politiche e per lo sviluppo di nuova conoscenza sul problema. In relazione ai risultati, se confrontati con quanto la riforma dovrà fare attraverso i decreti attuativi, sembrano esserci bagliori di attenzione verso la “meritocrazia”, la misurazione della “produttività”, malgrado sembrino ancora appese ad un filo le materie prime che forniscono alla ricerca quelle economie di scala che farebbero al differenza: fondi per la ricerca, attrezzature innovative, esternalità accademica con il sistema produttivo, adeguamento salariale, benessere organizzativo e lavorativo. I nostri risultati ci dicono che il cambio di tendenza legato alla fuga ci potrà essere, solo se il sistema della ricerca italiana integrato con un adeguato piano industriale e produttivo sarà in grado di offrire ai giovani italiani e stranieri gli attrattori principali: “fondi, attrezzature, meritocrazia, avanzamento di carriera, salari, organizzazione”.

Incentivi per il rientro dei cervelli, le normative si susseguono. Perché non funzionano?
Sa con quanti fondi faccio ricerca durante l’anno? Una media di mille euro. Sa con quanti fondi abbiamo finanziato i due progetti? A zero euro. Sa quanti colleghi e giovani interessati a questi due progetti hanno lavorato? Due colleghi associati, due ricercatori e 4 giovani aspiranti al mondo della ricerca. Quanti fondi sarebbero utili per conoscere ciò che abbiamo veramente di bisogno per migliorare il sistema della nostra ricerca e del nostro ambiente organizzativo e lavorativo in cui viviamo? I cervelli che arrivano copiano il meglio e trasferiscono nei loro Paesi di origine. E noi stiamo ancora a guardare e sentirci i migliori al mondo! Dalle nostre ricerche emerge che il collega che vive all’estero, appena rientra in Italia si trova spaesato, perché oltre agli incentivi richiede “la ricongiunzione di carriera sviluppata all’estero, attrezzature adeguate almeno a quelle che aveva ritrovato all’estero, un sistema burocratico organizzativo performante, adeguati fondi per pagare le missioni, l’organizzazione di seminari con colleghi stranieri, lo sviluppo di capitale umano dedito alla ricerca”.

Professor Torrisi, anche lei insieme a tanti ottimi scienziati italiani è rimasto in Italia. Ma l’estero lo sogna?
Non mi sento uno scienziato ma un semplice ricercatore che ama il mestiere che fa, insieme a tanti colleghi con i quali stiamo condividendo questa avventura che mi preme nominare per dovere scientifico: Giorgio Skonieczny, Simona Moneteleone e Giuseppe Santisi. Sono stato già all’estero durante il mio dottorato di ricerca. Non sogno l’estero. Andrò all’estero, malgrado non sempre occorra scegliere l’estero. Vi sono facoltà o università in Italia che funzionano a ritmi di produttività e gratificazioni scientifiche competitive, ma sono veramente poche! E tutto ciò dipende sempre dalla presenza degli attrattori del sistema organizzativo e della ricerca.