alla ca' foscari iscrizioni consentite solo a chi sa l'inglese

La conoscenza dell’inglese diventa obbligatoria all’Università Ca’ Foscari. L’ateneo veneziano, la cui offerta formativa è per metà in lingua straniera (con il corso in Lingue orientali ad alzare la media), dal prossimo anno accademico chiederà a quanti si immatricoleranno ai propri corsi di laurea triennale un certificato che ne attesti il livello di conoscenza della lingua inglese.

Chi ne è sprovvisto potrà conseguire gratuitamente la certificazione iscrivendosi al Centro Linguistico di Ateneo oppure provvedere autonomamente presso un istituto specializzato entro un anno dall’iscrizione. Per le matricole triennali sarà sufficiente un livello base (B1), mentre chi avrà intenzione di proseguire con la laurea magistrale avrà bisogno di un B2. Se dopo 12 mesi lo studente non avrà ottenuto l’attestato richiesto, non potrà seguire lezioni né dare esami.

Se molti si mostrano critici rispetto all’iniziativa della Ca’ Foscari, ritenendola eccessiva, il rettore Carlo Carraro, difende invece la scelta di rendere il suo ateneo il primo con l’obbligo di certificazione per gli studenti di tutti i corsi. “Viviamo in un mondo in cui sapere l’inglese – spiega il rettore – è una priorità, in tutti i campi e in tutte le professioni: se non sai l’inglese sei fuori”.

La Ca’ Foscari di Venezia è stata tra le prime in Italia, insieme alla Bocconi di Milano, ad avere un intero ciclo di studi, quello in Economics and Management, le cui lezioni sono interamente in inglese. Ancora di più farà il Politecnico di Milano, le cui lezioni dal 2014 si terranno unicamente nella lingua di Shakespeare.

Il rettore Carraro spiega la sua decisione anche sulla base delle indicazioni ministeriali, secondo le quali gli studenti dovrebbero terminare le superiori con la certificazione B1. Ma c’è anche un’altra urgenza ad averlo spinto a prendere questa decisione. “Abbiamo molti studenti – argomenta Carraro – con un aumento di iscritti del 30 per cento negli ultimi due anni” ed è per questo che bisogna puntare sulla qualità: meno immatricolati, ma più selezionati.

La certificazione sarebbe così un ‘filtro’ che permetterebbe di avere un numero di iscritti sostenibile tenendo conto anche del blocco delle assunzioni dei docenti e della loro eventuale sostituzione nei casi di pensionamento. Inoltre, non si deve dimenticare che gli incentivi economici provenienti dal MIUR tendono a premiare gli atenei che puntano all’internazionalizzazione.