ministro brunetta

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Una legge anti-bamboccioni che obblighi i giovani a lasciare la casa dei genitori a 18 anni. Così il ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, ha commentato la vicenda della studentessa fuori corso che si è rivolta al Tribunale di Bergamo affinché il padre continuasse a mantenerla.

Una provocazione lanciata ai microfoni dell’emittente radiofonica Rtl, che come ogni domenica anche ieri ha intervistato il ministro all’interno della rubrica “Brunetta della domenica”.

Alla domanda se sia giusto o meno che un genitore venga costretto a mantenere uno studente che a più di trent’anni fa ancora l’università, il ministro dei fannulloni ha risposto così: “Io farei una legge per obbligare i ragazzi a uscire di casa a 18 anni, perché questo significa libertà, significa misurarsi con il mondo esterno, con l’università”.

Il ministro, che ha aggiunto di aver fatto la dichiarazione in tono scherzoso, ha anche premesso che una legge del genere avrebbe bisogno di un sistema sociale differente da quello italiano: “Un’università più efficiente, un mercato del lavoro più efficiente, la possibilità di accedere agli affitti delle case”.

Tutti destinati a restare bamboccioni, insomma? Sì, almeno finché “i padri non faranno mea culpa”, ha suggerito Brunetta, che condivide l’espressione “bamboccioni” inventata nel 2007 dall’allora ministro dell’economia Padoa Schioppa, ma che aggiunge anche: “I bamboccioni sono figli nostri, e sono vittime del sistema sociale che li ha prodotti, più che colpevoli. Esistono perché esiste l’egoismo dei padri che si tengono per loro tutte le garanzie, e scaricano sui figli tutti i rischi“.

Se i giovani restano a casa, ha spiegato allora il ministro Brunetta, sarebbe come legittimare un ricatto generazionale che avviene nel contesto di “un sistema familistico dove le università funzionano male, e il welfare dà più ai padri che ai figli”. Come a dire, ogni bamboccione è bello a mamma sua.