Tasse universitarie

La riforma varata nel Regno Unito può rappresentare un modello anche per l’Italia. Parte da questo assunto la proposta, contenuta in un’interrogazione presentata al Senato il 18 maggio scorso, che intende far fronte alla necessità di risorse per gli atenei italiani aumentando le tasse agli studenti che vengono dalle famiglie più ricche.

Inoltre, l’idea nata in seno all’Osservatorio sull’università del Gruppo 2003 e diventata poi un’interrogazione parlamentare “bipartisan”, prevede che le università siano lasciate libere di determinare l’entità della retta, con lo Stato che interviene con un prestito a integrare la cifra che dev’essere pagata dai meno abbienti. Questi ultimi poi, ottenuto un lavoro al termine degli studi, provvederanno a restituire il prestito ricevuto “attraverso una voce specifica del prelievo fiscale a cui saranno assoggettati”.

I firmatari prevedono che attraverso un sistema di bonus-malus siano le stese università a coprire con un fondo le eventuali insolvenze e, spiegano, questo sarebbe un ulteriore incentivo per gli atenei a migliorare la qualità dell’offerta didattica e a formare persone più capaci, in modo da ridurre il rischio che gli studenti “in debito” non restituiscano la cifra che gli ha consentito di terminare gli studi. L’interrogazione – che reca la firma dei senatori Ichino, Ceccanti, D’Alia, Germontani, Leddi, Ignazio Marino, Morando, Poli Bortone, Nicola Rossi, Rusconi, Rutelli, Tonini, Treu, Valditara – chiede al governo di sperimentare una soluzione come quella proposta dal Gruppo 2003 invece del Fondo per il merito, il cui funzionamento ancora non è chiaro.

Le reazioni all’interrogazione arrivate da più fronti. Flc-Cgil ha definito l’interrogazione una “operazione ideologica vergognosa”, perché “sottende l’idea che il costo dell’istruzione debba gravare fondamentalmente sui singoli perfettamente in linea con la legge 240 e le politiche del governo Berlusconi”. Il segretario del sindacato, Domenico Pantaleo, spiega che difende la qualità espressa dagli atenei italiani (“questa è una vulgata che serve a delegittimare il sistema per ridurre le risorse pubbliche”) e accusa i firmatari dell’interrogazione di mettere in discussione il diritto costituzionale allo studio.

Dal coordinamento universitario Link spiegano che il rischio della proposta è di creare un ulteriore ostacolo all’ascensore sociale, perché “migliaia di studenti non potrebbero accedere ai gradi più alti di formazione” e in più introdurre una nuova “categoria” di studenti e neolaureati, coloro che si indebitano per poter studiare. Ma il coordinamento spiega che l’interrogazione non desta stupore perché presentata dal senatore Valditara, autore del testo sulla governance della riforma Gelmini, e da altri senatori dell’opposizione da tempo favorevoli a un cambiamento dell’università in senso aziendale, in linea con le idee del governo.

I proponenti invece sostengono l’idea di una “scommessa comune tra atenei e studenti” e Andrea Ichino, fratello del senatore Pietro che è tra i firmatari, spiega sulle pagine del Sole24Ore che si è attivata “un’opposizione ideologica ottusa e preconcetta, costruita su una descrizione fuorviante e infondata della proposta”.