Sergio Maistrello

Sergio Maistrello è un giornalista esperto di internet e social network. Insegna New media al master in Comunicazione della scienza della Sissa di Trieste, dove è anche docente a contratto di Giornalismo digitale al Master in Giornalismo scientifico. A a fine 2011 ha pubblicato l’ebook “Io editore tu rete” ed è cofondatore della conferenza e dell’associazione State of the Net. Universita.it lo ha intervistato per tracciare un quadro prospettico dell’uso dei “social” da parte delle università italiane, anche alla luce delle rilevazione effettuate dalla “classifica” pubblicata nei mesi scorsi dalla questa testata.

Maistrello, che idea si è fatto della modalità con cui le università italiane usano i social network?
Non mi è ancora capitato di analizzare in modo sistematico il fenomeno, posso solo dire delle università con cui sono entrato in contatto negli ultimi tempi oppure di quelle i cui messaggi mi hanno in qualche modo raggiunto attraverso le reti sociali. Basandomi su questo osservatorio molto parziale, la sensazione è che i social network siano usati poco e in modo superficiale, nella migliore delle ipotesi come luogo di disseminazione della comunicazione istituzionale tradizionale. Credo tuttavia che stia nelle cose, non mi impressiona granché che un’organizzazione complessa come l’università accumuli ritardo nell’assumere una postura sociale matura nei social media. Mi preoccupa molto di più, per gli effetti moltiplicati sulla competitività italiana, la generale mancanza della didattica avanzata in questo Paese di alfabetizzare i giovani a questi strumenti di relazione e comunicazione.

Ha riscontrato differenze tra l’uso che si fa in Italia dei “social” e quello delle università di altri Paesi, ad esempio gli Usa?
In qualunque campo della comunicazione e dell’informazione il confronto tra Italia e Stati Uniti è spesso (non sempre, per fortuna) impietoso. Il mondo universitario non è da meno. Ma non credo sia un problema di uso dei social media. È un problema a monte legato al modo in cui l’informazione è concepita, processata e diffusa. Noi italiani siamo forse più creativi, a danno però della chiarezza, della completezza e della standardizzazione. Questa caratteristica portata dentro un amplificatore di relazioni e interazioni è devastante. Quindi il nostro ritardo è duplice: dobbiamo imparare a comunicare bene e in modo completo, poi a trasferire questa capacità in un ambiente di relazioni.

In che modo i social media possono contribuire a migliorare l’esperienza universitaria e a fornire servizi agli studenti?
Negli Stati Uniti molti giovani affermano di non leggere più i giornali, perché – dicono – se una notizia è rilevante per loro quasi sicuramente arriverà alla loro attenzione grazie alle reti sociali. Può sembrare una fede eccessiva nelle potenzialità dei social media e almeno in parte l’affermazione è provocatoria. Tuttavia ha il pregio di mettere in evidenza un processo reale della rete: il filtro sociale composto dalla propria rete di amici e conoscenti sui social network è un potentissimo aggregatore di informazioni rilevanti. Ecco, io credo che chiunque volesse migliorare l’informazione in ambito accademico attraverso i social media dovrebbe innanzitutto porsi l’obiettivo di servire questo processo. Che non è soltanto spingere l’informazione verso persone pigre o lontane, è affidare i propri contenuti alla rete perché, nel tempo, li metta a disposizione di tutti quelli che potrebbero esservi interessati, anche se ancora non sanno di esserlo o non conoscono affatto chi le pubblica.

Quanto possono essere invece utili all’università: ad esempio come strumenti di marketing per reclutare nuovi iscritti anche dall’estero?
Vale lo stesso discorso di prima. A maggior ragione se l’obiettivo è per così dire di marketing. La comunicazione promozionale ha scarso valore in rete. Parlano per noi i contenuti, la capacità di relazione, l’ascolto, la trasparenza, la ricchezza di narrazioni su chi siamo e che cosa facciamo. Esserci ed esserci in modo maturo è di per sé un’azione di marketing efficacissima in rete. Rispetto all’estero, basta cominciare a superare gli steccati linguistici che chiudono il nostro Paese in una periferia delle grandi conversazioni globali. I processi della rete di per sé sono globali e anzi danno il meglio di loro quando la massa critica delle relazioni e delle interazioni non viene limitata.

A suo avviso è lecito ipotizzare che in futuro i social media potrebbero rappresentare per le università elemento su cui far leva per produrre innovazione?
Eccome. Se l’università diventa nodo della rete e impara a riconosce il valore di ciò che la rete le mette a disposizione, non può che riconfigurare tutti i suoi processi di conseguenza. Credo che ci vorrà ancora un bel po’, ma quando questo cambiamento avverrà sarà veloce e potente.