Appello a Profumo

L’Università preoccupa i suoi docenti e i suoi ricercatori che denunciano un sistema destinato al fallimento e propongono una nuova possibile università nell’appello “L’Università che vogliamo”, indirizzato al ministro dell’istruzione Francesco Profumo.

I promotori del documento sono Piero Bevilacqua, docente di storia contemporanea alla Sapienza, e Angelo D’Orsi che insegna storia del pensiero politico all’Università di Torino e in un solo mese, facendo il giro del web, l’appello ha raccolto più di 670 adesioni in un mese; Bevilacqua stesso non si aspettava una partecipazione così estesa, “è stato un segnale molto positivo, per certi versi sorprendente – ha detto – sia per il numero, sia per la qualità delle firme raccolte”: l’intera comunità universitaria infatti ha sottoscritto l’appello, a partire dai precari dell’università fino ai professori emeriti.

Nel documento si legge che il modello liberista europeo ha fallito in Italia, dove il sistema accademico “sopravvive, difficoltosamente, in una condizione di disagio e di crescente emarginazione che ha pochi termini di confronto nella storia recente”.

Anziché essere parte attiva e centrale del nostro sistema culturale, politico ed economico, ovvero dell’intera società, l’Università italiana – spiegano i promotori dell’appello – affonda a causa dell’afflusso eccessivo di sterili disposizioni normative che mandano in confusione docenti e studenti senza portare alcun miglioramento, ma anche dei tagli all’istruzione, della frammentazione e dello svilimento del sapere – ormai totalmente slegato da qualsiasi progetto culturale e formativo che vada al di là dei tecnicismi e degli approfondimenti monotematici.

La liberalizzazione poi e l’inquinamento dell’università con la logica concorrenziale e del profitto, fondante della società del mercato, ha introdotto i cosiddetti “criteri di valutazione, al fine di misurare la produttività scientifica degli studiosi, come si misura una qualsivoglia quantità calcolabile” si legge ancora nel documento.

“A tutti gli insegnamenti viene richiesto di fornire un sapere utile, trasformabile in valore di mercato, altrimenti sono ritenuti economicamente non sostenibili” spiegano i ricercatori e docenti firmatari dell’appello “L’università che vogliamo”. Le conseguenze sono evidenti: le immatricolazioni diminuiscono e i laureati non aumentano – al contrario di quello che accade nei sistemi sociali che progrediscono e investono sul valore culturale e concreto della conoscenza.

Cosa fare dunque per ricostruire l’Università? Il documento identifica pochi punti precisi da realizzare: abolire il sistema 3+2 ripensando i tradizionali corsi di laurea, ripristinare la figura del ricercatore a tempo indeterminato e non più precario, bandire nuovi concorsi per le docenze nelle Facoltà, infine riorganizzare lo studio, il sapere e la sua trasmissione sulla base delle energie e dell’esperienza dei docenti.

A fine appello poi emergono i concetti chiave su cui ricostruire l’università. “La complessità sempre più interrelata del mondo vivente e della società ci chiede un dialogo tra le discipline, una organizzazione degli studi che non esalti la solitaria eccellenza individuale, ma la cooperazione fra campi diversi della conoscenza, così come la società ci chiede la cura collettiva dei beni comuni”: dunque dialogo, cooperazione e cura collettiva.