Pochi fondi per gli atenei

Che cosa accade se il Fondo di finanziamento ordinario alle università italiane, che recentemente il ministro Gelmini ha annunciato in arrivo entro luglio, non riesce a coprire neanche i costi per il personale? A quanto pare lo scopriremo presto, dal momento che gli atenei già da quest’anno ricevono dallo Stato 6 miliardi e 550 milioni di euro e ne spendono 6 miliardi e 800 milioni in stipendi. Sotto di 300 milioni anche considerando i risparmi legati ai pensionamenti. Come si copriranno tutte le altre spese ancora non è dato saperlo. Il paragone proposto dal presidente della Crui Marco Mancini è efficace: le università sono come auto da corsa che si fermano tutte nel bel mezzo della gara perché finisce il carburante.

Mancini scomoda addirittura la profezia Maya sull’Apocalisse nel 2012 per annunciare che di questo passo, proprio mentre si parla di meritocrazia e si cerca faticosamente di introdurre una maggiore competitività, il sistema accademico è al collasso. Gli atenei italiani sono in trasformazione: entro luglio saranno approvati i due terzi dei nuovi statuti, senza dunque ricorrere alla proroga di altri tre mesi che pure la legge prevede. Nonostante le preoccupazioni di studenti, docenti e ricercatori, che in molti atenei lamentano (giustamente) un approccio poco partecipativo, il sistema nel suo complesso si muove nella direzione di una valorizzazione del merito. Ma senza il carburante dei fondi – e questa è una valutazione ampiamente condivisa – la competizione non parte nemmeno.

Certo, è ormai quasi una consuetudine – comune a molte categorie e per niente piacevole a dire il vero – quella di lanciare l’allarme poco prima che si metta mano alla manovra finanziaria: un modo per attirare l’attenzione del governo e ricordare a chi tiene i cordoni per la borsa (non certo il ministro Gelmini) che l’università ha bisogno di risorse. Ma stavolta, come ammette il presidente dei rettori italiani, “non è una questione di tagli”. Non è cioè a rischio l’erogazione di questo o quel singolo servizio negli atenei, ma la sopravvivenza stessa del sistema.

Siamo in un contesto già ampiamente sottoposto a operazioni di razionalizzazione della spesa, nel quale il fondo per il diritto allo studio, che assieme al merito è l’altro pilastro che regge l’architrave di un’università che funziona, è passato da 100 milioni di euro a 12-13 milioni. Un’università che rischia l’asfissia, dunque, e che se il livello del finanziamento resta inalterato ha poche alternative davanti a sé. O aumentano le rette e quindi gli studenti (i pochi tra loro che potranno permetterselo) pagheranno le conseguenze di una politica miope, o diminuiscono i servizi e si taglia la ricerca, e anche in questo caso i danneggiati saranno gli studenti, oltre ai ricercatori e al futuro del Paese. A meno che l’allarme apocalittico che giunge dal mondo accademico non suoni come una sveglia alle orecchie del “professor ministro” Giulio Tremonti.