algeria

L’ondata di scontri violenti e rivolte per la libertà, l’indipendenza e le riforme messe in atto prima da Tunisia, poi dall’Egitto e in queste ore dalla Libia, vede nell’Algeria un’altra valvola di sfogo. Ad Algeri si concentrano infatti da giorni centinaia di manifestanti in tutto il Paese per chiedere riforme, e in prima fila a combattere per i propri diritti ci sono proprio gli studenti.

Nella giornata di ieri la polizia e le altre forze di sicurezza del governo hanno affrontato con cariche e lacrimogeni e una repressione violenta circa 400 studenti durante un corteo di protesta nella capitale Algeri, un episodio che vede un bilancio, provvisorio, di 5 feriti trasportati negli ospedali della zona.

Sulla scorta di quanto accaduto in Iran, in cui la protesta studentesca è una reazione alla decisione del governo che dal 2009 ha confinato agli arresti domiciliari i leader dell’opposizione studentesca, gli studenti algerini si sono messi in cammino sin dalle prime ore della mattinata per incontrarsi ad Algeri da tutte le province del Paese.

Obiettivo della protesta, oltre alla manifestazione di insofferenza contro il regime, è l’ottenimento di una riforma da parte del ministero dell’Istruzione sulle graduatorie dei titoli di studio. Giunti così davanti ai palazzi del potere, gli studenti hanno tentato di superare il cordone di polizia, tentativo a cui gli agenti hanno risposto con le cariche. I manifestanti si sono detti però pronti a replicare le forme della protesta anche nei prossimi giorni, sottolineando di “non temere la polizia” e di voler lottare fino a quando sarà possibile.

Il bilancio dell’episodio è per ora di 3 feriti e di decine di studenti picchiati dalle forze di polizia, le quali hanno applicato le disposizioni più severe e “selvagge” quando si sono viste sbarrare la strada che conduce il Ministero dai gruppi di studenti in protesta. A fare da sfondo a questi episodi di violenza c’è uno scenario tragico, che vede crescere ogni giorno nel Paese il numero di suicidi, soprattutto di giovani senza lavoro, che vedono nelle soluzioni estreme l’unica possibilità di sottrarsi a un futuro di stenti e sacrifici.